Erano più che a mezza costa, quando udirono uno scoccar d'ore dall'orologio della parrocchia di B…., piccolo villaggio che siede sul fianco delle montagne dalla parte di mezzogiorno. Quel suono improvviso fece dare un gran giro al sangue del contadino; il quale osò chiedere a Mattia, da qual campanile venisse.

«Da B….—rispose questi—Come vi sentite? Riposiamo un tantino, date qua le monete, e non abbiate paura….»

Il villano porse il borsellino, senza dire parola, poi ripresero a salire: ed egli non udiva altro che la pedata di Mattia; il gran battere del proprio cuore; e dietro, in lontananza, il grido misurato e lamentoso delle sentinelle paesane, che gli tornava dolce come di voci amiche. Mattia, tenendo in pugno il gruzzolo, coll'unghia del pollice contava le monete.

Alfine toccarono la vetta del monte; dove bisognando risolvere in qualche maniera l'impresa, il sagrestano si fermò, e guardò l'amico per capire di che animo stesse.

«Eccoci sul posto!—bisbigliò—ancora pochi passi e saremo sopra il tesoro: ma vogliono essere fatti in punta di piedi…, animo, non abbiate paura, venite….»

Fatti que' pochi passi ch'ei volle, con gran rispetto come camminasse su l'ossa dei morti; si volse a un tratto al compagno, e con voce commossa, gli disse: «animo, animo! che tutto questo è nulla!» Poi lo prese per un braccio, lo fece girare tre volte sopra sè stesso, e colla mano tesa gli segnò intorno l'infinito tenebroso, soggiungendo cupo:

«Siamo in mezzo a tre vescovadi: Mondovì…. Albenga… e Savona.»

Sagrestano da più che quarant'anni e seppellitore di morti, Mattia sapeva, occorrendogli, pigliare un'aria mistica o paurosa. Aveva udito cento volte, alla spiegazione del Vangelo, come un giorno il diavolo, condotto Gesù sulla cima d'un monte, gli avesse mostrati i regni della terra; ed egli vecchio profanatore di tombe ed altari, prese l'atteggiamento di Satana, quale se l'era sempre immaginato. L'amico, che aveva lasciato cadere il badile, lo guardava senza muovere costa; e sentiva farsi alla fronte e giù per la schiena un senso, come stesse per pigliargli male. Mattia cavato di sotto i panni il breviario, che nell'oscurità pareva un mattone, glielo pose aperto tra le mani tremanti, e cominciò un brontolio di salmi, che guai a lui se l'avesse udito don Apollinare, tanto era scellerata la sconciatura delle parole latine. Il villano, credendo che Mattia leggesse davvero nel libro che ei gli teneva aperto dinanzi a mala pena; non osò neanco chiedergli come potesse vedere in quel buio: la sua fantasia s'accese via più; le orecchie gli fischiarono quasi ci avesse dentro due serpi; a tratti avrebbe giurato di vedere bagliori grandi, e di udire qualcosa che s'appressasse: e tremava a verga a verga.

Mattia s'avvide come il tapino stesse per isvenire; e levato in alto l'aspersorio, per dargli il tuffo, segnava a destra ed a manca croci e crocioni, mormorando certe parole da incantesimi; quando un grido come d'uomo irato, gli ruppe l'atto e la voce. Quel grido, un rumore d'armi e di passi frettolosi, gli parvero la cosa più terribile che avesse intesa in sua vita; e di subito, pensando d'essere cascato in mano ai Francesi, si buttò per disperato a fuggire, verso la parte per cui era venuto alla ribalderia.

Il compagno correva più di lui; ma erano inseguiti, e assai da vicino. «Ferma! ferma!» gridavano alle loro spalle, molte voci straniere; e alle voci s'aggiunse una schioppettata, e una palla fischiò tra i due malcapitati, che entrambi credettero d'averla nella nuca, nelle spalle, nelle reni ad un tempo. Mattia aperse le braccia, cadde sulle ginocchia, chiuse gli occhi, e sclamò: m'arrendo! signori Francesi, m'arrendo! Sono cristiano anch'io!»