Tornava appunto da una di queste, quando intese che le genti di val di Bormida rivenivano scompigliate dalla spedizione; e per non vedere lo spettacolo che doveva essere nelle vie del borgo, si ridusse a casa per il senteruolo a piè delle mura, fatto altra volta in compagnia della signora Maddalena. Si chiuse con diligenza, e udendo i briachi cantare in brigata scempiatamente, accostò gli scurini; poi essendo l'ora dell'imbrunire, si mise a letto e s'addormentò, con un cuore che gli diceva cose poco liete di sè, ma anche meno del mondo. Sognò sin verso il mattino mille mestizie; ma quando fu vicina l'ora in cui soleva destarsi, vedeva i cieli nuovi e la terra nuova, promessi nell'Apocalisse. Al rompere dell'alba gli si ruppe il sonno, e aperti gli occhi sorrise e disse: alle volte si sognano cose sì belle, che peccato non dormire per sempre.

Si vestì alla lesta, e fattosi sul terrazzino, stette ad ascoltare se s'udissero ancora i rumori della sera innanzi. Suonava nei boschi un ultimo corno, se pur non era il muggito di qualche giovenca, discesa ad abbeverarsi al torrente. Ne fu quasi lieto; e guardò a lungo il cielo, che in quei mattini di maggio pare tutto un primo amore, anco le nuvole, se ve ne sono a veleggiarlo.

Ma abbassando gli occhi sulla casa del signor Fedele lì in faccia, si rifece pensoso, gli parve di vedere Giuliano tendere a lui le mani da lungi supplicando, e di udirlo dire: «o maestro, e perchè mi ha fatto dire da mia madre che si sarebbe adoperato per me col signor Fedele? Io non mi sarei mai allontanato dai luoghi dove mi si toglie la donna mia; maestro, se la sposeranno ad un altro, udirà parlare della mia morte. Perchè m'ha tradito?»

«Sicuro!—sclamò Don Marco—se un guaio avvenisse, io ne sarei in parte cagione… Questa volta anderò ad ogni costo!»

Così dicendo uscì, stupito di non trovare alla porta il passeraio di fanciulli che vi si raccoglievano ogni mattina, per andargli a servire la messa: ma tosto conobbe il perchè di quella assenza strana.

Dopo i fuggiaschi paesani, arrivavano i piemontesi e gli alemanni, feriti due giorni innanzi dalle parti di Loano; e il popolo traeva fuori le mura del borgo ad incontrarli, recando pannolini, ristori, con quel pronto animo che in esso non muore mai.

Ai lamenti che venivano dal prato, dove quei miseri venivano deposti di sui muli, e di sulle barelle, il buon prete si sentì schiantar dentro dalla passione. Ne vide di tutti i gradi e di tutti gli aspetti: visi robusti da star bene nei quadri di Salvator Rosa; faccie pallide, ed occhi come ne dipinse Schaeffer nelle sue meste tele: qua una voce di subalpino chiedeva aiuto; là un tedesco invocava il suo Got; e non era da ridere se qualche donnicciola rispondesse alla invocazione, porgendo un gotto d'acqua, che il poveretto beveva, inconsci dell'equivoco esso e l'altra.

Don Marco fattosi in mezzo a quel dolore, cominciò a darsi attorno a spacciar uno di qua, a chiamar l'altro di là; e quale in questa, quale in quella casa, faceva ricoverare quei dolenti, che gli volgevano occhiate piene di gratitudine e d'amore; perchè giunto lui pareva, che fosse capitato ad ognuno la madre od una sorella. Si diceva che dei feriti, ve n'erano ancora molti tra via, sebbene paressero già troppi quelli arrivati: e nella furia di torsi dai piedi alcuni che morivano lì di stento; parecchi se ne portavano a seppellire, che non erano per anco spirati. In un campicello a ridosso del borgo, cinque o sei marrani lavoravano a scavar fosse: venivano i soldati coi morti e coi morenti sulle spalle, e li buttavano nelle buche, che poveretti s'aggrappavano ancora alle prode per tornar fuori; ma una zappata sul cranio e una palata di terra sulla bocca, troncavano il grido disperato e il pensiero della famiglia lontana. Se ne racconta tuttavia ai nostri giorni, e si sanno le ultime parole di quei miseri, sin dai fanciulli; i quali, dopo scuola, vanno a ruzzare in quel campicello; e la sera ne fuggono, spauriti dai fuochi fatui, che scambiano per l'anime di quei sepolti vivi.

Nell'opera di misericordia, don Marco ebbe compagni alcuni preti del borgo, e cinque o sei frati del convento venuti, all'annunzio, volonterosi. Ma non era tra questi il padre Anacleto, il quale per nulla al mondo si sarebbe staccato da Bianca; bisognosa di lui, sanatore dell'anima sua. In quei pochi giorni, aveva fatto con essa molto cammino sulla via della salute; e mi duole non poterlo mostrare che in fretta e quasi di scorcio, nei suoi portamenti. Si ricorda il lettore, che l'avevamo lasciato in refettorio, a fantasticare sopra un dipinto? Ebbene; egli non aveva voluto por tempo in mezzo, e sin dall'indomani era tornato alla palazzina. Trovata Bianca che scerpava erbe sotto il pergolato, e ne dava ad un agnellino nato di fresco; s'era fermato a guardare la fanciulla e l'animaletto vezzoso, che ora le saltellava attorno; ora spiccava corse, sprigionando un'allegrezza tenuta dentro a fatica; ora ruzzolava in un fossato: e Bianca sorrideva.

Appena vide il frate, la giovinetta si fece ad incontrarlo; e rifatta la storia del baciamano, gli diede notizie della famiglia, di che egli si rallegrò e disse: