«Alzati, va e piangi! le disse il padre Anacleto;—piangi che il
Signore lo vuole; ed io pregherò che ti perdoni d'aver amato un empio;
e pregalo tu pure per lui come faresti per un'anima del purgatorio.
Domani tornerò.»

E con passo spedito s'allontanò e disparve.

«Dio della misericordia!—sclamò la fanciulla—pigliatemi, pigliatemi che al mondo non ci faccio più nulla! O Giuliano, e che ci venivate a fare in chiesa, se avete giurato morte a Dio e ai sacerdoti…? L'avessi saputo, e mi sarei nascosta fin nei sepolcri, piuttosto che guardarvi…! Eppure…, egli mi pareva più buono di quel bell'angelo dipinto sopra l'altare, col fanciullo per mano che fugge al pesce mostruoso…. Somigliare a quell'angelo, e sprezzar Dio…!»—Qui sentendosi lambire la mano dall'agnellino, gli prese la testa, e parlando all'animale innocente;—mi uccidono, mi uccidono—diceva—come faranno a te, e nessuno dirà, povera Bianca!»

Non potè piangere, ma lentamente si rimise a vagare su e giù; mentre il signor Fedele che aveva visto ogni cosa dal buco d'una impannata, la guardava e gioiva.

Il padre Anacleto tornò l'indimani, e il giorno appresso, e l'altro e l'altro; coll'accorgimento d'un medico di villaggio, che sappia farsi vedere in tempo acconcio dall'ammalato. Gli bastava una parola, un'occhiata a sapere l'animo di Bianca; ed era lieto di sè, perchè gli pareva d'averla, in meno che non credeva, tirata alla riva, donde rivolta addietro, avrebbe poi veduto l'acque pericolose, in cui senza lui sarebbe affogata.

Al quinto giorno, proprio quello in cui, se non avvenivano in C… le cose narrate qui sopra, si incontrava con Don Marco nella palazzina del signor Fedele; egli ed il leguleio stavano a consigliarsi l'un l'altro; ancora sotto quel pergolato di cui il lettore può essere sazio, ma che per essi era una delizia.

Avevano almeno dieci volte preso a parlare di Bianca; ma il discorso uscendo di carreggiata, li portava sull'argomento della guerra, e della spedizione, vista da essi moversi e tornare in quella guisa vergognosa. Parlavano e sentenziavano ora da uomini di grand'animo, ora facendo lor conti da femminette paurose; e mentre il signor Fedele diceva che quello di cui più si sentiva afflitto, era il non saper nulla del barone; gli seguì un caso maraviglioso. Davano appunto di volta in capo al pergolato, col nome dell'Alemanno in sulle labbra; e videro venire di buona gamba il procaccio di C…, il quale teneva in una mano una lettera, nell'altra il cappello che si era tolto di sul capo, appena giunto in vista ad essi due. Costui baciò il cordone al frate, inchinò tre volte il signor Fedele; poi mostrandosi affannato più che non fosse davvero, disse a quest'ultimo:

«Signoria, don Marco mi manda con questa lettera; ho fatto come il vento, ed eccomi, fui qui in uno sbadiglio di gallo…

«Don Marco! pensò tra sè il frate, mentre l'altro leggeva la lettera;—o che vuole don Marco…?

Glielo chiarì il signor Fedele ponendogli sotto gli occhi il foglio; e gridando al procaccio: «Corri, va, e dì a don Marco che volo; corri, sei qui ancora, lumacone?…» Il pover'uomo spinto da lui ripartì; forse pensando da chi avrebbe toccata la mercede di quella sua fatica; chè quanto al signor Fedele non buscarla subito, voleva dire non buscarla mai più; piacendo al leguleio d'essere stimato, in queste cose, uomo di corta memoria. La mancia l'avrà avuta da don Marco; il biglietto del quale, diceva alla lesta, com'egli avesse in casa il barone, ferito malamente; corresse a vederlo, che il poveretto non voleva altri che lui!