Damigella Maria accennò col capo; ma il frate che non aveva raccontato per lei, non le badò. Gli pareva d'aver trovato così bene il filo di cui aveva mestieri: Bianca s'era fatta ascoltando, sto per dire, così trasparente; egli aveva potuto leggerle così chiari in viso, i confronti che essa faceva di sè con quella castellana favolosa, e la sua secreta e mesta compiacenza in tanta somiglianza di casi: che lietissimo dell'opera propria, neanco s'accorse di Margherita, la quale insaziabile lo pregava a tirare innanzi, come se il racconto non fosse flnito.

«Dio mi ha proprio ispirato!—pensava,—chi avrebbe potuto disporla meglio? Essa non ha più bisogno che d'un tratto; e se Fedele mena quaggiù il barone, la cosa è fatta!»

E il barone giaceva in casa a Don Marco, il quale nell'ufficio pietoso di quella mattinata, s'era imbattuto in lui fra i feriti. Pensando al gran bene che avrebbe potuto fare, avendolo in casa; il buon prete gli aveva profferta l'ospitalità, ed egli non s'era fatto pregare, perchè sapeva come Don Marco stesse di casa vicino a Bianca. Stupito di non vedere il signor Fedele, non aveva osato chiederne; ma l'andarsi a porre discosto due passi da lui, gli pareva la miglior ventura che gli potesse incontrare. Il prete, dal canto suo, era contento, perchè sperava di pigliare dimestichezza con quel soldato; cagione di tanti dolori a Bianca, alla signora Maddalena, e chi sa di quali guai a Giuliano: il quale viveva lungi, accarezzando vane speranze, come colui che innaffia una pianta morta, ingannato dalle poche foglie di cui verdeggierà ancora per breve tempo.

«Io avrò agio di parlargli, di supplicarlo a dimenticare quella poveretta: a far sacrificio del suo amore, per la felicità di due creature, che s'amavano prima che egli venisse quassù. Gli dirò che non gli sta bene lasciare memoria di sè come d'una bufera, passata a schiantare gli alberi più gentili. Gli chiederò se nessuna donna piange nelle sue contrade per lui; talvolta i soldati hanno spirito di cavalieri antichi, si commoverà, vedrà il bene che può fare; pregherò tanto che mi darà ascolto.»

Con questi pensieri, conduceva, usando gran diligenza, il ferito; il quale camminava da sè, pur reggendosi a lui e ad un vecchio servitore, che aveva menato seco dall'Alemagna. Questi tirava per le briglie il cavallo, su cui il padrone tribolando molto, era venuto pei monti, dal campo di Loano, dove aveva toccata la ferita; e il povero animale teneva dietro, a testa bassa, quasi umiliato di non averlo più in sella. Legato ad un arpione dell'uscio da via, rimase a guardarlo mentre saliva la scala, e gli mandò dietro un sommesso nitrito.

Come furono dentro, il servitore vedendo la prima stanza affatto disadorna, arricciò il naso. Un lettuccio da sedervi sopra, perdeva l'imbottitura per gli strappi del marocchino; e gli ridestò l'immagine dei cavalli visti di fresco sui campi, colle entragne uscenti dalle pance squarciate. Nella stanza del terrazzino dov'era il letto di Don Marco, aggrottò le ciglia: e questi che se n'avvide, pensando che il servitore avesse notato nel barone qualche segno di ripugnanza a quella povertà, disse tra sè: «Pazienza! Ma che ci posso fare se io non sono nè un vescovo nè un parroco ricco…?» E quasi si pentiva d'aver fatto quel passo; ma subito si consolò vedendo il barone porsi a giacere come su d'un letto d'amici. Allora si provò a parlargli della ferita, che era tempo di rivederla; profferse ristoro di cibo e di bevanda; ma ebbe un bel dire; l'altro non voleva nulla. A udirlo la sua ferita non gli dava noia, non chiedeva che d'essere lasciato in pace. A un tratto volti gli occhi al terrazzino, chiese a Don Marco:

«Quella casa là, è del signor Fedele, nevvero?

«Sì, rispose il prete, abbuiando in viso.

«Ci sarebbe modo d'averne nuove?

«Non è in borgo» disse Don Marco, mettendosi più sul riservato.