«L’adolescenza e la prima gioventù del Carducci sono state veramente spartane: quelli anni così ridenti per tutti, furon per lui anni di sacrifizj, di perseveranza, di lavoro ostinato, di dignitosi silenzi, di nobili e alteri rifiuti. E conosco una povera casa in Firenze, in fondo di via Romana, che fu testimone di giornaliere ignote lotte, — consolate solo dalle pure gioje della poetica ispirazione, da entusiasmi di ammirazioni artistiche, dalla lettura di qualche libro prestato — povera casa dove il Carducci ha scritto i primi suoi versi, le Odi oraziane, — e che a me ha insegnato più e meglio di tutti i palazzi Strozzi e Farnese, che cosa sono le realtà e le idealità della vita.
«Legato a lui fin d’allora di fraterna amicizia, gli procuravo dei libri — ed ebbi così la fortuna di fargli conoscere alcuni poeti stranieri, lo Schiller, fra gli altri, — e di italiani il Leopardi; i cui Canti (vecchia edizione Piatti) da me prestati al Carducci, destarono nel futuro poeta delle Odi barbare un vero fanatismo. Ricopiò, mi rammento, più della metà del volume; e il Bruto Minore, e la Saffo, gli imparò subito a mente. — Guido Mannering e altri romanzi dello Scott, il Guglielmo Tell, alcune scene del Fausto, lo colpirono vivamente fin d’allora: di Byron, a quel tempo, ammirava più la vita che le poesie (è vero che lo leggeva tradotto in barbara prosa). Lamartine non gli andò mai giù. Gli scritti clandestini di Giuseppe Mazzini, che riceveva da un suo stretto parente, lo facevan ruggire.... Anche l’Ortis è un libro su cui l’ho visto fremere e piangere.
«Cosa singolare! i libri di erudizione, particolarmente filologica, erano per lui letture gradite, e avidamente cercate, quasi quanto i poeti. Mi ricordo che dopo avere nitidamente trascritto, con una diligenza da benedettino, le sue imitazioni da Orazio — una quarantina di odi, di cui due solamente sono restate negli Juvenilia, — egli cedè volentieri il volumetto manoscritto, in baratto con una vecchia edizione del Malmantile annotato dal Biscioni, e tornò a casa glorioso e trionfante col grosso polveroso volume, prezioso per lui più per le note erudite che per l’arguto testo fiorentino.»
A proposito della sua passione pei libri il Nencioni mi raccontò che il giorno che egli riuscì ad avere, non so se comperate o donategli, le poesie del Foscolo, per le quali spasimava da lungo tempo, tornando a casa, salì in ginocchione la scala che dall’uscio di strada conduceva diritta al povero quartiere, e giunto nella stanza dov’era sua madre, presentatole il libro, volle s’inginocchiasse a baciarlo. La mattina di poi, quando il Gargani andò da lui, lo trovò non ancora finito di vestire, che gli veniva incontro, e lì in cima alla scala, senza lasciarlo entrare, gli lesse ad alta voce, commentando con le sue ammirazioni, una gran parte dei Sepolcri.
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Nell’anno 1852, mentre studiava, o a dir meglio (sono sue parole) non studiava affatto filosofia dagli Scolopii, il Carducci fece il primo passo verso il numero dei più, cioè degli uomini stampati. «Lo feci presto, dice, e da buon italiano, con un sonetto, un sonetto d’occasione, e quale occasione! per i coristi del Teatro di Borgo Ognissanti, o salvo il vero, della Piazza Vecchia.... Stavo vicino di casa in via Romana con Emilio Torelli stampatore, e già dei fedeli, dei veramente e onestamente fedeli, di F. D. Guerrazzi. Egli mi chiese il sonetto. Come dir di no a un democratico del ’48, che aveva tale una franca impostatura tra di soldato e di ciompo (egli fu capitano dei municipali, e sua madre era piemontese), e portava sempre uno smisurato cappello o di felpa o di paglia, all’ombra delle cui grandi ale poteva riparare una cospirazione? Diedi il sonetto; e fu stampato, anonimo. Non me ne ricordo, ma ci doveva essere qualche frase di Armonide Elideo, o, meno arcadicamente, d’Angelo Mazza.
«Il vero primo passo per altro, e questo con la ferma intenzione di peccare, solamente non seguìta dall’effetto, lo avevo mosso qualche mese innanzi. In quegli anni io scrivevo sempre: ammiravo il bello da per tutto, cioè non capivo nulla. Ebbi in una giornata di luglio il coraggio di mettere assieme in tutti i metri che mi corsero per la testa (nessun barbaro: allora, al più, rifacevo alcaiche sul modello del Fantoni) una novella romantica. L’intitolai Amore e Morte. C’era dentro un po’ di tutto — un torneo in Provenza — e il rapimento della regina del torneo fatto da un cavaliere italiano vincitore — e una fuga con dialoghi al lume di luna tra gli abeti — e il fratello della vergine non più vergine che raggiungeva gli amanti in Napoli — e un duello — e la morte del vago — e la monacazione della vaga — e un successivo impazzamento — e l’annessa morte dopo la confessione in
Endecasillabi
Catullïani
Dolci per facili