Comunque sia l'Italia solo abbisogna d'un Governo—poichè tale non può chiamarsi quel conventicolo d'uomini miserabili che la ressero sinora. Con un Governo essa potrebbe paragonarsi alle prime nazioni in mare ed in terra. E se le masse sono ignoranti, superstiziose od imbelli, ogni provincia produce sempre uomini che onorano l'umanità per genio, per valore e straordinaria intelligenza.

E sicuramente mentono coloro che per scusare la perversità o la nullità del Governo, vi cantano su tutti i tuoni che in Italia mancano uomini. È anzi il privilegio di questa terra infelice d'aver prodotto delle colossali individualità ne' suoi tempi anche più depressi e più abbietti. E se ne volete una prova, cercatela in quei tempi non di grandezza—ov'essa non tollerava paragoni sulla superficie del globo,—ma ne' bassi tempi, quando divisa in cento parti, solcata da vari e numerosi eserciti stranieri, essa vi gettava ancora sulla bilancia degli uomini illustri i Dante, i Doria, i Montecuccoli, i Filiberti—e finalmente il gran zio del piccolo bastardo—che oggi ha aggrapato la sua mania di tirannide, alla vile tirannide del prete proprio nel cuore della penisola.

Bologna mantiene giustamente il primato sulle altre città delle Romagne. La sua forte e numerosa popolazione ha dato in ogni circostanza prove d'energia e di patriottismo da collocarla non seconda a nessuna delle Metropoli Italiane.

Nell'8 agosto del 1848 Bologna aveva imitato ben degnamente la superba Capitale della Liguria nel 1746;—e nel 1849 essa combattè valorosamente ancora contro gli stessi nemici, e se non fossero state le cabale di quegli sciagurati uomini che si chiamano Moderati—e che nel solo Bene sono Moderati davvero—Bologna avrebbe schiacciato una seconda volta gli esosi soldati dell'Austria. Ma ecco un altro contrasto un'altra anomalia di queste nostre Città Italiane. A canto ad un popolo valoroso e liberalissimo, voi trovate un'altra classe reazionaria e vigliacca con tanta energia nel male quanta ne ha nel bene il povero popolo.

Tale è Bologna.—Non così Ravenna. In quest'ultima città, quasi unica in Italia, io ho trovato un'armonia tra ogni ceto di cittadini da far meraviglia certamente.

Bologna aveva due circoli—in quei tempi di animazione generale (1848)—uno Nazionale e l'altro Popolare, in guerra accanita l'uno coll'altro, e due giornali malva entr'ambi, perchè sostenuti dai moderati. Ravenna aveva un circolo solo, un giornale solo, un ceto solo, spettacolo unico in Italia ove tante discordie esistono sempre. Non spie, poichè se fatalmente una ne compariva, giustizia era presto fatta.

Tutti sanno quanto i Ravennati sieno buoni cacciatori; pochi ve n'è che non sieno muniti del fucile a due colpi con cui si esercitano nella vicina Pineta, nei laghi, e nelle valli. Comparisce una spia, e non è difficile a sapersi in una città ove la popolazione è così concorde ed unita, s'istituisce un comitato segreto incaricato di vigilarla, ed accertarsi delle sue funzioni. Una volta certi ch'è una spia, si tira a sorte a chi tocca prender l'impegno di sbarazzarne la città. E non è di notte nè col pugnale che si castiga una spia, ma in pieno giorno, frammezzo alla popolazione, che conscia per lo più, o presentendo la sorte del colpevole, lo sfugge come cosa pestifera. Un colpo parte ed attraversa il cuore del maledetto agente della tirannide, ed il feritore mette il suo fucile in ispalla e torna a casa. Non v'è pericolo di trovare un delatore in quel popolo: esso farebbe presto la fine della spia.

CAPITOLO VII.

DA BOLOGNA A RAVENNA.

La calunnia è un venticello (Il Barbiere.)