Masina, il bello e prode figlio di Bologna, s'era unito ai Volontari, e ne fu sino alla morte il più audace e più valoroso commilitone. Masina, fortissimo soldato della libertà, avea fatto la guerra di Spagna, giovanissimo, e vi si era distinto. Esso era uno di quelle nature per cui il mondo è angusto. Idolatra delle avventure guerriere, vi si gettava a testa bassa, e certo il suo eroico valore dovea presto vedovarne l'Italia! Masina moriva sui gradini di Villa Corsini il giorno 3 giugno 1849, nell'assalto dato dalla I. Legione Italiana e dai bersaglieri di Manara, e cadeva primo fra i primi in quell'infausta mattinata, ove con un tradimento¹ Oudinot decideva della sorte di Roma. Amato e riverito dai Bolognesi, Masina aveva proposto al Comandante dei Volontari di attaccare le truppe papaline co' suoi e il popolo. Ma questi non aveva creduto a proposito di farlo. Il movimento non sarebbe stato d'impossibile riuscita, ma si credeva troppo isolato e non si fece.

¹ I Francesi, battuti ed inseguiti sino al Castel Guido, il 30 aprile, tornarono su Roma, ingrossati a più di 40 milia uomini, e mentre avevan trattato un armistizio sino al 4 giugno, assaltarono traditoriamente gli avamposti Italiani nella notte dal 2 al 3 e per sorpresa s'impadronirono di Villa Corsini, chiave della difesa di Roma, e che non fu più possibile di riprendere, assaltandola tutto il giorno 3.

All'incontro si accettarono le proposizioni del Governo Pontificio che furono le seguenti: «Dirigersi a Ravenna e di là a Porto Corsini, ed imbarcarvisi per Venezia a spese di detto Governo.»

Ma la calunnia di quei maestri d'ogni inganno e d'ogni impostura, che si chiamano preti, avea già deturpata la riputazione dei Volontari Italiani, dipingendoli come un'accozzaglia di banditi, rotti ad ogni vizio e spensieratezza. Dimodochè si seppe subito che il Governo di Manin, a Venezia, avea fatto sapere a Ravenna che i Volontari non sarebbero stati ricevuti. Saputasi dal popolo di Ravenna cotesta decisione, quei bravi popolani, sdegnarono di vedere una mano di giovani, consacrati alla libertà italiana e venuti sì da lontano, obbligati di rifugiarsi in Turchia, perchè tutti i sedicenti governi liberali d'Italia li cacciavano. E tale sarebbe stata la loro sorte se una circostanza imprevista non la cangiava, come vedremo più avanti.

In una stanza del palazzo Guiccioli di Ravenna, ove abitava il Legato Pontificio, cardinale Sardella, trovavansi a colloquio collo stesso il generale Latour e don Gaudenzio, il prete liberale che già conosciamo.

«Questo popolo mi mette in fastidio, diceva l'astuto prelato.—Esso fa poche parole, poche millanterie, ma se si mette in capo d'eseguire qualche cosa, la fa a dispetto di qualunque pericolo.—Così non sono molte delle popolazioni Italiane:—molto chiasso, molte ciarle e fatti pochi.»

«Ecco adesso incaponirsi a non voler lasciar imbarcare i Volontari; ma vi sembra, generale! Cosa diavolo voglion far qui di quella banda di scapestrati?»

«E così li abbiam dipinti io ed i miei agenti, eminenza! sclamava il rubicondo don Gaudenzio,—l'esaltato gesuita republicano—siccome ladri, gente rotta ad ogni vizio e sopratutto, nemici acerrimi della religione.—(E qui stava sul suo cavallo di battaglia il negromante.) «Ma questi romagnoli sono teste dure che solo col piombo ponno ammollirsi e se non si pigliano delle misure energiche, io temo che questo nostro triregno versi in grande pericolo.»

«Alla sordina, ed un poco ogni notte, noi abbiam riunito in questa città i due reggimenti che occupavano le Filigari e Bologna» diceva il generale Latour. «E si può contare astutamente su questi stranieri; essi sono i più fidi alla Santa Sede; e quando si sa che alcuno si ammala del morbo di libertà—oggi venuto in moda,—esso s'invia al corpo di spedizione per Venezia. Quando Vostra Eminenza dunque, voglia giungere a qualche fatto energico ponga pure ogni fiducia nelle mie truppe.»

«Oh, generale! voi non sapete che razza sono questi Romagnoli. Poi ai
Volontari si son riuniti quel fazioso di Masina co' suoi lancieri,
quel furioso di Bonnet da Comacchio ed un capitano Mambrini con molti
Mantovani.—Non è vero don Gaudenzio?»