Qualunque sia governo al porco piace,
Anche a furia che sia di bastonate
Mangiar, bere e dormir, lasciato in pace.
(CASTI.)
Era nei primi di dicembre 1848, il tempo corrispondeva alla stagione. La sera era tetra per una caligine fitta ed oscura, che se non era pioggia, ti bagnava almeno quanto quella e ti penetrava colla sua umidità ributtante sin nella midolla delle ossa facendoti rabbrividire disgustosamente. La rocca di San Leo, posta sul cratere del vulcano spento alla sommità della montagna, era intieramente avvolta nelle nubi. Ma quando questa era cacciata dalla bora con impeto, scopriva al viaggiatore attonito quel lurido propugnacolo della tirannide pretina, come un fantasma che appariva e si nascondeva secondo la maggiore o minore densità delle nubi.
Una carrozza a quattro cavalli saliva la strada a chiocciola che conduceva alla fortezza, e giunta vicino al ponte levatojo, ne scendeva un individuo avvolto nel mantello, ed essendosi egli avvicinato alla sentinella, questa gli intimò di fermarsi e chiamò il caporale che comparve subito, ed al quale il nuovo venuto diede l'incarico di avvertire il comandante.
Il maggiore Volpone, comandante dell'ergastolo, era a tavola, e questa sorta di gente lascia difficilmente la tavola, a meno che non sia per l'arrivo d'un superiore per strisciargli davanti o per un pericolo qualunque.
Avendo fatto del ventre la loro deità, guai a chi viene a disturbar costoro, mentre stanno seduti al santuario della loro adorazione, e perciò quando l'ufficiale di guardia al portone d'entrata giunse ad avvisare il comandante che un individuo arrivava per vederlo, il maggiore disse con mal piglio: «Che aspetti! questa gente coglie sempre per incomodarti l'ora in cui uno sta a tavola sollazzandosi alquanto e rifocillandosi dalle fatiche della giornata.»
Grandi fatiche veramente sosteneva quel carceriere dell'Inquisizione vigilando e tormentando una quantità di sventurati che la malvagità pretina avea rinchiuso in quell'ergastolo, col delitto di non aver voluto credere alla menzogna, di aver amato la libertà d'Italia, e congiurato per rovesciar la più schifosa di tutte le tirannidi.
Questo ragionamento faceva forse il giovine mentre ubbidiva agli ordini del superiore.
Sceso ed uscito dal ponte, egli recò a Gaudenzio (poichè altri non era il nuovo venuto), l'ingiunzione del comandante, ma il Gesuita, arruffando il naso dal dispetto, però moderandosi subito, e fingendo gentilezza, ipocrisia in cui sono maestri i settari di Sant'Ignazio,—disse all'ufficiale:
«Non vorrebbe lei esser tanto compiacente di recare o mandar al comandante questa carta?»
L'ufficiale fissò i suoi negli occhi del chercuto, ch'ei riconobbe, benchè camuffatto in un mantello borghese, fece un sogghigno come se volesse dire: «Tu non m'inganni, birbante!» ma siccome egli era gentile davvero, e troppo giovine per usare uno sgarbo a chicchessia, s'incaricò della carta e ritornò dal maggiore. Appena veduta la firma del Gesuita suo prottettore, il gaudente s'alzò di botto ed esclamò con voce commossa: