E qui m'occorre lo strano paragone dell'uomo col bue. Una truppa irrompente d'alcune centinaja d'animali vaccini, figli selvaggi dell'immense praterie del Nuovo Mondo, muove condotta dal tiranno uomo. Circostanza qualunque, ombra, nembo, lampo, tuono, luogo del macello, a cui essa è destinata, la precipita in una direzione indeterminata verso lo spazio.
Chi osa affrontare i terribili corridori del deserto nella loro fuga tumultuosa e furente? Nessuno! Il terreno balza come se fosse scosso dal terremoto. E chi tentasse arrestare i fuggenti sarebbe schiacciato come il filo d'erba che si sprofonda sotto l'ugna pesante. La massa moventesi è irresistibile, e ben lo sa l'astuto cavalier conduttore: egli non s'appone alla fuga, ma la segue, volando sul veloce e robusto corsiero, docile istromento di servitù anch'esso, quando è domato dall'uomo. E segue, e segue tenendosi su d'un fianco della truppa. E segue, sinchè l'ostacolo d'una foltissima vergine foresta, o d'un fiume arresti la marcia della massa informe.
Questa, allora si ferma, si ravvolge in vortice, ed il destro conduttore dopo d'averla circondata di guardie, aspetta che passi il bollore dei robusti selvaggi li lascia alquanto a pascolo tranquillo, indi spinge ancora, sulla via del macello, quelle centinaja di fortissimi bruti, di cui uno solo basterebbe a rovesciare quanti custodi li circondano, e finalmente li riconduce mansueti come mandra di pecore. Il Gesuita, vecchia conoscenza nostra, ed uno dei neri conduttori di questo infelice popolo, considerando che inutile era opporsi alla foga plebea dell'epoca, continuava, come già abbiam veduto, a seguitar la mandra adulando, eccitandola agli eccessi, ed aspettando comodamente il giorno in cui potrebbe venderla al macello. Non è questa la storia d'Italia da diciotto secoli?
La voce del prete fu accolta con applausi dalla folla dei giovani, sempre amanti di novità, e già alcuni monelli dirigevansi verso l'immensa mole, capo d'opera d'arte e di corruzione umana, per mettere ad effetto i consigli del tentatore, ma la parola austera del vecchio tribuno romano tuonò come il rimbombo della tempesta, tra la folla inquieta, ma docile all'autorità dell'onesto archimandrita. «Siam qui noi per emancipazione del diritto e della coscienza, per la libertà della patria (e questa seconda parte era meglio capita) o siamo venuti per rubare, spogliare il tempio, e manomettere i sacri stupendi lavori dell'arte che i nostri padri affidarono a noi per tramandarli alla più remota posterità?»
E qui con licenza del santo martire della libertà italiana, io confesso esser di altra opinione.
Se l'Italia invece d'essere un pantheon di memorie e d'opere insigni, fosse un po' men ricca d'arte ma più robusta, cioè in luogo di templi, avesse ginnasi ed opifici, ed in luogo di tanti Ciceroni, avesse cittadini operosi e forti, essa certamente cesserebbe d'esser mancipia dello straniero più robusto ed operoso di noi, quindi se in luogo di limitarsi a bruciare alcuni confessionali, i romani del 49 avessero scaraventato nell'incendio quante mitre insudiciano grottescamente le grandiose opere d'arti, che adornano il primo tempio del mondo, anche a rischio di frantumare qualche capolavoro, forse sulle ceneri calde del suo covile non sarebbe tornato il maledetto mitrato nemico dell'Italia.
Comunque sia la parola autorevole di Cicerovacchio fermò la moltitudine che già aveva cominciato ad avviarsi verso il grandissimo tempio, ed un nembo di evviva ad Angelo Brunetti¹ scoppiò nella folla dei discendenti di Virginio e di Dentato, uomini che credo operassero più e gridassero meno di noi moderni italiani.
¹ Vero nome di Cicerovacchio.
Il rapitore d'Ida, che s'era innalzato sulla punta dei piedi per gettare tra il popolo l'eccitamento al bottino, si rannicchiò piccin piccino, si confuse nella folla e dileguossi con una celerità che sarebbe sembrata sorprendente, se la comparsa della bella e maschia figura di Martino Franchi, illuminata dall'incendio, non avesse avuto luogo contemporaneamente alle ultime parole del tribuno romano. Quella tale bottiglia scaraventata dal braccio del robusto Bresciano, sembrò sfiorare ancora la smorta guancia del Gesuita, che non pensò due volte a battere i tacchi, e correre dal suo Generale per ragguagliarlo dell'inutile suo tentativo di sommossa, e della comparsa in Roma d'alcune Camicie Rosse attratte dalla proclamazione della Repubblica.