E che m'importano i tuoi cenci, le tue rughe, le tue malizie, figlie dell'educazione del prete! Io, ti voglio giovane, bella, pura come uscisti dalle mani del regolatore dei mondi!… casta, ideale, fantastica… E quindi, il primo, lo squisitissimo, l'incomparabile capo d'opera dell'Eterno!

Compagna e consolatrice dell'uomo, tu sei, quando buona, il più prezioso de' suoi tesori. E seduta, ansiosa di sollevarlo, pia, al capezzale del soffrente ferito, tu sei un angelo!

In tempo di guerra, cioè quando l'uomo cerca ogni mezzo possibile di distruggere l'uomo, gli assetati di sangue, sono generalmente assistiti da benefattrici che, oltre alla custodia dei serventi ordinari, consacrarono ai soffrenti la preziosa loro esistenza.

La principessa Belgioiosa primeggiava tra le pie donne, che porgevano la gentile loro assistenza ai feriti, e prediligeva l'ospedale, ove fu condotto il nostro Cantoni; quella rappresentante dell'alta aristocrazia italiana non sdegnava di dividere con Ida, la figlia del popolo, la cura del diletto del suo cuore.

La principessa avea assoldato a proprie spese un reggimento nell'Italia meridionale, ed ebbe la soddisfazione di vederlo distinguersi nella gloriosa giornata del 30 aprile. Tanto era il patriottismo di quella generosa addetta agli ospedali di sangue.

Accanto al letto di Cantoni trovavasi pure l'amico suo Leonida, ferito anch'egli il giorno 30, e curato dall'amante sua, la gentile Cecilia, che ricordiamo esser stata la principale attrice nella liberazione dei prigionieri di San Leo. Era veramente un sollievo per Ida la compagnia di così eccellente creatura, e così, al capezzale dei loro cari feriti, esse contrassero quell'amicizia, che quando ferve in anime ben nate, è la più deliziosa, è la durevole delle felicità umane.

Se eran ben governati i nostri feriti dal sesso gentile d'ogni parte d'Italia e d'ogni condizione che concorreva al sollievo di quei prodi sostenitori dell'onor italiano, non eran certo meno ben curati i due nostri amici dalle passionate fanciulle, che volentieri avrebbero dato la vita per essi.

Un giorno alla richiesta d'Ida, uno dei serventi maschi dell'ospedale le recò una minestrina, ch'era stata concessa al Cantoni, dopo molti giorni di dieta e brodo; Ida ricevè il piatto dalla mano del servente, ed in quell'atto, un movimento convulso della mano maschile fece spargere sul pavimento alquanto del liquido contenuto nel recipiente.

La fanciulla con sorpresa alzò gli occhi al volto dell'uomo e rimase come colpita dal fulmine. Gli occhi suoi si appannarono, e girandosi per non più vedere l'apparizione sinistra, essa inciampò nel bracco di Leonida, che trovavasi sdrajato a piè del letto del padrone, e barcollando per un pezzo rimase col piatto quasi vuoto, lasciando il povero Cantoni, che avea contemplato la scena, e che cominciava ad aver appetito, in un dispiacevole digiuno.

Il bracco non curando la confusione successa tra i bipedi, precipitossi sulla sparsa minestra, ed in un momento ebbe pulito il suolo; non appena però terminato il pasto, il povero cane, preso da un tremito mortale, cadde sul pavimento, e dopo d'aver stirato convulsivamente a varie riprese le gambe ed urlato alcuni lamenti disperati, morì cogli occhi sbarrati, diretti all'amato suo padrone, che lo contemplava amaramente compassionandolo senza potersi movere per soccorrerlo.