Al silenzio dei capi, successe subito il ronzio delle turbe, che non potendo dormire, naturalmente dovevano occupare il tempo a qualche cosa. Dopo d'aver attizzato il fuoco, ed aggiuntovi della legna, abbondantissima in quei boschi, dopo d'aver tormentato la vecchia pianta accesa, luminaria del campo, per farle spruzzare delle scintille e fiamme, ognuno si strinse a canto al fuoco, ove qualche narratore occupava l'attenzione dei compagni, e spesso ne suscitava l'ilarità.
Io non tedierò il lettore colle moltiformi storie che uscivano da questa gioventù ammirabile per coraggio, e dei fatti compiuti a pro della libertà dei popoli, ma che forse si risentiva un po' della vita sciolta a cui era assueffatta da tempo. La maggior parte dei racconti alludevano alle galanterie degli scarafaggi (preti) dei loro paesi, così astuti nella seduzione delle donne, massime nei villaggi. Ed anche con episodi di questa brutta gente non voglio nauseare chi legge. Farò cenno soltanto di alcune narrazioni di quella notte, che provano l'indole della gente che mi accompagnava.
CAPITOLO XXXIX.
NELLO E CARBONIN.
L'ardue imprese non temo, l'umili non sprezzo.
(TASSO).
Nello, uno dei forti Liguri che formavano il nucleo principale della Legione Italiana di Montevideo, raccontava le molte miserie, e patimenti sofferti in casa di sua madre, per la brutalità d'un patrigno.
»La mia infanzia, egli diceva, fu una serie di dolori. Battuto atrocemente per il minimo motivo, e sovente messo fuori di casa di notte, anche nell'inverno coi nostri monti coperti di neve, io ero obbligato di cercarmi un ricovero nel deposito delle foglie di castagne che si raccoglievano e farmene lettiera. La mia povera madre, che mi amava teneramente, era sovente essa stessa vittima di quel mostro. E guai s'essa avesse avuto l'aria di difendermi. Ciò più mi feriva ancora dei maltrattamenti usati al mio corpiccino da quello scellerato, perchè anch'io amavo tanto la mia buona genitrice.
»Il mio patrigno era un cocchiere e teneva vettura d'affitto. Non occorre dire che appena mi sentii capace di guidare un veicolo, egli stesso m'imbarcava sopra il sedile, se no eran staffilate peggio dei cavalli. Colla differenza ch'egli non stimava abbastanza il progresso delle mie membra, dovuto alla mia forte costituzione, all'esercizio quasi continuo in cui vivevo, e finalmente alla buona cena con cui mi trattavo nelle osterie della via, sempre propense a favorire i cocchieri, colla speranza d'aver viaggiatori. Una sera, secondo il suo solito, dopo d'aver bevuto oltremodo, egli cominciò a maltrattare mia madre, pria con parole, e poi con schiaffi e pugni. Avevo quindici anni—e questo pugnale, acquistato nei miei viaggi, mi batteva la cintola, come se vi avessi un cilicio; i miei occhi s'intorbidirono, e non vedevo che sangue. Avevo la sinistra al colletto del malvivente inclinato sulla giacente mia madre, la punta del mio ferro già passava la clavicola ed io certo lo immergevo sino alla guardia come se fosse stato nel burro!
»Un grido di mia madre mi trattenne. Essa aveva veduto luccicare l'acciaro nella mia mano. Allora mi contentai di rovesciare sul pavimento l'ubbriaco.
»Sollevai mia madre, ed ambi piangemmo quasi tutta la notte insieme.