I quattro amici, freddi e tranquilli, come chi ha la coscienza della forza e dell'anima intemerata, contentavasi di fissare i loro occhi in quelli del perverso e questi fuori di sé, colla bocca e gli occhi spalancati sforzavasi di articolare delle voci che non volevano uscirgli dalla strozza, riuscendo penosamente a balbettare: "signori… io non…" ed altre parole mozze.

Fu un po' barbara la tranquilla pacatezza dei quattro romani e chi avesse potuto contemplare quella scena certo coll'immaginazione sarebbe corso al paragone del sorcio sotto l'inesorabile sguardo del gatto, che ne spia ogni minimo movimento, per lanciarvisi sopra e stritolarne le ossa sotto i denti. Se un pittore avesse potuto trovarsi presente a quel muto consesso ne avrebbe tolto il soggetto di un bellissimo quadro.

Già abbiamo descritto i primi tre, veri tipi degli antichi romani, di bellezza, di forme veramente artistiche.

Gasparo era, e con ragione, una di quelle figure che un romanziere francese avrebbe pagato a peso d'oro per poterne fare il suo "Brigant Italien" e fotografato da Bernieri(69) il suo ritratto, avrebbe prodotto assai maggior lucro all'artista, che quello di qualunque sovrano d'Europa.

(69) Bernieri, Maggiore e fotografo a Torino.

Era veramente una gran bella figura di brigante quel vecchio Gasparo, ma di buon brigante, di quelli che l'hanno a morte coi birri, ma che non si macchiano con azioni infami come quei mostri assoldati dai preti che commettono eccessi da far inorridire una tigre.

Anche il successore di Gianni, avrebbe fatto un'idonea comparsa in un quadro caratteristico e certo per rappresentarne la paura in tutta la sua bruttezza, nessuno avrebbe potuto servir meglio di lui. Inchiodato al muro cui appoggiava le spalle egli lo avrebbe rovesciato, forato, se la forza fosse stata pari alla volontà, coll'intento di potersi allontanare un po' più da quei quattro tremendi osservatori lì davanti a lui, fissi, impassibili, e che pure meditavano la sua rovina, forse il suo esterminio.

La voce austera di Muzio, dell'antico capo della contropolizia di Roma, fu la prima che s'udì rompere quel sepolcrale silenzio. "Dunque:—disse egli—io ti voglio contare una storia o Cencio, forse da te conosciuta come Romano, e che imparerai se per caso non la conosci; sta attento:

Un giorno i nostri padri, stanchi delle prepotenze del primo re di Roma che fra le altre amabili imprese, aveva ucciso con un pugno il fratello Remo perché si divertiva per scherzo a saltare il fosso di cinta fatto da Romolo, i nostri padri dico, in un senato consulto decisero di sbarazzarsi del loro re, un po' troppo manesco e con disposizioni un po' troppo dispotiche. Detto fatto! gli saltano addosso colle daghe sguainate e Romolo, benché valorosissimo, dovette cadere sotto i loro colpi. L'affare era fatto, ma al popolo romano alquanto innamorato del suo re guerriero, per non avere de1 guai, bisognava contare qualche fandonia su quella morte e l'avviso d'un vecchio senatore prevalse su quello degli altri sul da farsi.

—Noi conteremo al popolo—disse il vecchio:—che Marte padre di Romolo disceso tra noi, dopo averci rimproverato d'essere un po' troppo ladri e quindi indegni d'aver a capo il figlio di un Dio, se l'ha preso seco e trasportato in cielo.