Un momento d'assoluto silenzio seguì quel primo atto un po' tempestoso, e Cencio principiava a narrare così: "Se vi è cara la vita del principe T….". "Del principe T.? il fratello d'Irene", sclamò Orazio varcando d'un salto la tavola ed afferrando il traditore per la gola!

Cencio, tra l'ugne di una tigre o tra gli abbracciamenti del re delle foreste avrebbe corso meno pericolo che non tra le mani del principe della campagna di Roma, che l'aveva agguantato al collo. Ma Attilio, con modo gentile: "Fratello,—disse ad Orazio,—abbi pazienza, lasciamolo parlare".

Veramente spacciato Cencio, addio rivelazioni. Ciò era chiaro come il sole, onde la suggestione del capo dei trecento di Roma fu capita da Orazio e sciolse dalla gola di Cencio le sue mani frementi.

"Se vi è cara la vita del principe T.—ripigliava il malvagio—andiamo insieme a farlo avvisato che un agguato di otto emissari del Sant'Ufficio lo apposta nei dintorni dell'Albergo Vittoria, ove egli sta d'alloggio".

CAPITOLO LVII

MORTE AI PRETI

Morte ai preti! Morte a nessuno! gridava il solitario dall'alto del balcone alle moltitudini rispondendo alla terribile loro esclamazione!

Morte a nessuno! "Eppure, chi è più meritevole di morte che la setta malvagia la quale ha fatto dell'Italia un paese di morti(70), un cimitero? O Beccaria! le tue dottrine sono sante! io ripugno dal sangue! ma non so se l'Italia potrà liberarsi da' suoi tiranni dell'anima e del corpo senza distruggerne, senza annientarne sino l'ultimo rampollo!".

(70) Lamartine.

Queste considerazioni passavano per la mente dell'uomo del popolo e lo distraevano.