In quella notte Roma doveva insorgere. Nella città si erano introdotti molti dei più coraggiosi d'ogni provincia italiana. I nostri vecchi amici Attilio, Muzio, Orazio, ecc., erario al loro posto per capitanare la gioventù romana.

Invano la sbirraglia pretina si travagliava a scoprire i congiurati, arrestare a destra e sinistra chiunque potesse darle il minimo sospetto. Invano! Roma era gremita di generosi pronti a spendere la loro vita per la sua liberazione; e i settanta trascinati dalla corrente del Tevere gonfio dalle pioggie si avanzavano velocemente in soccorso dei fratelli.

All'ombra del monte S. Giuliano approdarono i valorosi sulla mezzanotte tra il ventidue e il ventitré Ottobre 1867.

"Alle quattro a. m. (23) si dovrà marciare su Roma" disse il prode dei prodi, Enrico Cairoli, ai suoi eroici compagni.

"In questo casino della Gloria(93) riposeremo le membra stanche aspettando le relazioni dei nostri di dentro per assaltare simultaneamente i nemici.

(93) Era il nome del Casino sul monte S. Giuliano e che venne occupato dai settanta.

Intanto sento il dovere di ricordarvi che l'impresa è difficile quindi degna di voi. Se alcuno però, piagato nei piedi o indisposto, non si sentisse di seguirci, torni. Noi non gliene faremo un addebito; gli diremo: a rivederci in Roma".

"Nella vita e nella morte, noi vi seguiremo" risposero ad una voce quei tortissimi ed uno solo non se ne trovò che volesse tornare indietro.

"Non vedo la guida che dovea condurci a Roma, né alcuna credo sia venuto di là, a darci notizie dell'insurrezione" diceva Giovanni Cairoli al fratello al ritorno d'una perlustrazione. Ed albeggiava, ed erano proprio in bocca al lupo, cioè inoltrati fra gli avamposti dei papalini e col pericolo d'essere assaliti ad ogni momento.

"Che importa!—dicea l'intrepido Enrico.—Noi siamo qui venuti per pugnare e non torneremo senza aver adempiuto il nostro dovere".