Ecco in qual modo si consolidava il trono crollante dell'angelico, raffermato nella strage dei poveri Romani operata dalla schiuma di canaglia di ogni nazione, sostenuta dalle baionette dei soldati di Bonaparte.

CAPITOLO LXXV

ULTIMA CATASTROFE

"Pronti ragazzi!" sciamarono quasi ad una voce Orazio, Attilio e Muzio. "Pronti!" e quest'ultima voce non era ancor pronunciata quando una valanga di papalini irrompeva contro il portone del lanificio.

Di dentro s'eran smorzati tutti i lumi in modo che i bìrri, veduti dai nostri, non potevano scorgere particolarmente nessuno dei figli della libertà. Così i primi che si attentarono di varcare la barricata caddero col cranio fracassato dalle terribili scuri di Orazio e di Muzio, dallo spadone d'Attilio e da altri istromentì di difesa adoperati dai loro valorosi compagni.

Però una perdita ben importante soffrirono i nostri in quel primo assalto benché respinto: una palla di revolver avea trafitto nel cuore il valoroso Orazio mentre, rovesciati colla scure i primi assalitori, disdegnando combattere al coperto aveva sporta la persona al disopra della barricata per raggiungere nuovi nemici.

Il principe della campagna romana cadeva, come la quercia della foresta sotto la scure e la robusta sua destra stringeva ancora la propria arma benché fosse già morto.

"Irene!" fu l'ultimo suo pensiero e l'accento che ultimo uscì dalle sue labbra. Ed Irene sentì l'anima trafitta da quella voce morente!

Quantunque le tre donne non prendessero parte alla difesa del portone pur stavano a poca distanza da coloro il cui palpito batteva nel lor proprio cuore.

Irene giunse la prima, ove la voce del diletto della sua vita la chiamava e, visto Orazio che era rimasto giacente sopra alla barricata, la bella donna, incurante del proprio pericolo, volle salire pur essa, ma cadde colpita nella bellissima fronte da una palla de' moschetti che i mercenari dopo il loro insuccesso sparavano rabbiosamente nel vuoto del portone.