Una nuova scena di lì a poco colpì la madre e la figlia, e più di queste John, che ancora se ne stava a bocca aperta. Avendo Orazio dato di piglio a quel suo magico corno, comparvero come per incanto, l'uno dopo l'altro, quindici nuovi ospiti e tutti poco più, poco meno, vestiti alla foggia d'Orazio, ed armati.

L'ora già tarda, e la sala poco illuminata fecero più solenne sulle prime quella comparsa, ma venendo accesi i lumi le aperte, maschie e gentili fisonomie dei nuovi arrivati, guadagnarono loro l'ammirazione e la fiducia universali. Orazio allora "a tavola" gridò, facendo sedere Silvia alla sua destra, alla sinistra Clelia e dopo lei Irene. I compagni d'Orazio, sedute che furono le donne ed il loro capo, per cui mostravano gran rispetto, presero posto a tavola, mentre John s'era già collocato allato a Silvia.

Un bicchiere di wermuth brindato "alla libertà di Roma" iniziò il pranzo, che continuò poscia con molta alacrità per parte di tutti i commensali.

Terminato il pranzo, le donne si ritirarono nelle stanze d'Irene e mentre una serva di lei, conformandosi agli ordini ricevuti, preparava i letti per le nuove arrivate, esse con Irene contraccambiarono quattro paroline, siccome è uso del bel sesso, sulla reciproca loro storia.

Di Silvia e Clelia noi già lo sappiamo e ne resta a sapere ciò che la bella castellana raccontasse sul conto suo alle nuove amiche e il suo racconto fu il seguente:

"Sono figlia del principe T… che credo voi conosciate in Roma, famoso per le sue ricchezze, splendidamente educata da mio padre, a me non mancò nessuna specie d'istruzione, ma cosa singolare!, invece di propendere a studi che sembrerebbero più adatti al nostro sesso come la musica, il ballo ed altri femminili passatempi ed occupazioni, mi sentiva attratta verso gli studi seri e d'indole più grave che alle donne forse non si convenga. Quando venni allo studio della nostra Roma me ne appassionai in un modo strano, ed in quella stupenda storia della Repubblica sì piena di grandi fatti, di leggende e d'eroismo la mia giovine fantasia s'esaltava al punto da divenirne pazza.

Paragonando poi quei tempi eroici con gli obbrobrii dell'impero e della decadenza e in ispecie colla più moderna storia dei preti, così avviluppata in un caos di umiliazioni, di prostituzioni, di miserie, sentii tutto il peso d'una mortificazione inesprimibile. Studiando concepii un immenso disprezzo, un odio profondo per il Clericume, istrumento principale dell'abbassamento e del servilismo del nostro popolo. Con indole tale e tali sentimenti, vi persuaderete facilmente che le occupazioni e i divertimenti principeschi della mia casa, gli sterminati omaggi dell'aristocrazia Romana serva del prete e dello straniero, non potevano avere le mie predilezioni. Non tra le cortigianesche passeggiate, le feste, i balli e le dissipazioni vane, ma tra le splendide ed immense ruine di cui è seminata la nostra Metropoli, io trovavo le mie delizie, e cavalcando o a piedi, quasi ogni giorno, passavo alcune ore tra quei superbi avanzi della grandezza Romana. Giunta all'età di quindici anni, più dell'ago, dei ricami e delle mode, mi erano famigliari i capi d'opera dei maestri dell'arti belle, le macerie del Foro e quelle sparse nella deserta campagna intorno a Roma.

Soleva fare le mie escursioni lontane a cavallo accompagnata da un vecchio e fido domestico di casa. Una sera, di ritorno da una di quelle passeggiate, mentre traversavamo Transtevere alcuni soldati stranieri ubbriachi, i quali avevano attaccato rissa in una osteria uscirono colle sciabole perseguitandosi. Il mio cavallo si spaventò, prese il morso coi denti e di carriera precipitandosi per la via mi trasportava colla celerità del baleno rovesciando quanto gli si parava davanti, non potendo io rallentarne il corso per quanti sforzi facessi.

Era forte in sella e coloro che senza pericolo mi vedevano correre ammiravano, ma finalmente il corsiero continuando la sua furia la lena venne a mancarmi ed ero lì lì per lasciarmi cadere. Certo cadendo, mi sarei fatta in pezzi sul selciato, o contro qualche ostacolo della via, quando un giovane coraggioso lanciatosi dal marciapiedi come un lampo attraversa la via, getta la sua mano sinistra alle briglie e mi cinge robustamente colla destra mentre già mi abbandonavo sfinita. Allo strappo violento della mano del mio salvatore il cavallo fa un mezzo giro a sinistra, inciampa e va a fracassarsi il cranio contro il muro di una casa. Io era salva, ma svenuta e quando ripresi i sensi mi trovai nel mio letto, in casa mia, attorniata dalle mie donne. E chi era stato il mio salvatore? a chi chiederlo? Feci chiamare il domestico che mi accompagnava ma tutto quanto egli mi seppe dire era: che seguendomi da lontano giunse sul luogo della catastrofe quando io era già trasportata in una casa vicina da dove, palesando il mio nome mi fece trasferire subito nel mio palazzo. Altro non seppe dirmi del mio salvatore se non che egli era un giovine e che s'era ritirato dopo avermi consegnata alle donne di quella casa.

Però la mia ardente immaginazione aveva indovinato o distinto anche in mezzo a tale pericolo i lineamenti atletici di quell'agile e robusto giovine.