LA BELLA IRENE
Sul peristilio del castello ove giungevano i nostri quattro viaggiatori scorgevasi una giovine donna, il cui aspetto indicava la matrona romana forse un po' più delicata del tipo antico.
Ai suoi vent'anni, al vederla si avrebbe potuto aggiungere un lustro di più perché al suo sorriso angelico corrugavansi alquanto le bellissime guancie. Neri gli occhi e la capigliatura il suo portamento era incantevole e maestoso.
Avvertite le donne, con un inchino graziosamente le salutò, mentre Orazio le diceva: "Irene, ti presento Silvia e Clelia, la sposa e la figlia del nostro celebre scultore Manlio", e allora con un bacio cordiale Irene accolse le ospiti.
Il piccolo John incantato di trovare tanta bellezza e tanta grandezza ove aveva supposto di non trovar altro che solitudine e deserto fu più sorpreso ancora quando, seguendo la compagnia nell'interno del castello, s'accorse che in uno splendido salotto stava preparata una ancor più splendida mensa riccamente e copiosamente imbandita di ogni specie di vivande.
"Tu m'aspettavi dunque stasera?" disse amorosamente Orazio ad Irene.
"Oh sì! me lo diceva il cuore, che non avresti passata un'altra notte fuori", e un nuovo amplesso dei due amanti chiudeva il breve colloquio.
Clelia, la bella Clelia fu ben lungi dall'esserne gelosa. Ella era già troppo affezionata a quei due esseri e in quella vece il suo pensiero ed il suo cuore corsero ad Attilio. Credo non affermare cosa che il lettore non abbia indovinato aggiungendo che la buona Silvia mandò un sospiro pel suo povero Manlio.
John coll'appetito di dodici anni, stimolato da una passeggiata ben lunga per un povero tar(44), all'aspetto della mensa imbandita non ebbe pruriti d'amore, ma di sincerissima fame.
(44) Tar, marinaro in inglese.