(50) Il Lazio, i suoi abitatori, e le sue città. Tradizioni sui primi tempi di Roma, i re, la rivoluzione e la guerra ai tiranni. (Atto Vannucci, Cap. I)

Questo superbo squarcio di poesia patria del grandissimo scrittore dell'Italia antica io ho voluto addurre per sorreggermi nella troppo, per me, ardua impresa di descrivere la Roma dei tempi eroici e la non morta virtù degli abitatori del Lazio moderno. E dovendo narrare di quell'accozzaglia di gente nostrana e straniera, che oggi si chiama Esercito Romano io desidero che si consideri cosa ponno essere uomini che si consacrano al servizio di un governo come quello del Papa, il quale non può ispirare che disprezzo.

Giova ripetere ciò che già dissi: solo il prete poteva cambiar nell'ultimo popolo della terra, questo "che nacque in una regione ove l'uomo crebbe più grande che in qualunque altra contrada del mondo". L'esercito romano è composto di Romani che sono sotto la vigilanza di soldati stranieri, e di soldati stranieri e romani custoditi da birri, sotto il nome di gendarmi. Mercenarii tutti poiché qual uomo d'onore e non spinto dalla sete dell'oro potrebbe adagiarsi su tale letamaio?

Il nome di soldato del papa è schernito. Lo straniero, per malandrino che sia, giungendo a far parte di questo esercito crede nobilitarlo. Disprezza quindi lo straniero, i soldati romani, e di qui le botte tra romani e stranieri, quasi sempre con la peggio degli ultimi, perché gli indigeni malgrado tutto lo studio dei preti per corromperli ed imbastardirli conservano ancora qualche avanzo dell'antico valore.

Ecco lo stato del moderno esercito romano, ed ecco perché i nostri proscritti informati d'ogni cosa se ne stavano tranquillamente aspettandone le mosse, mentre le mosse tardavano perché la confusione e la discordia regnavano in quella parodia d'esercito.

Gli stranieri, sprezzatori dei romani, volevano la destra nell'ordine di battaglia; e questi non temendo gli stranieri e giustamente credendosi migliori di loro non volevano cederla. Le sottane, impotenti a metter ordine in quella ciurmaglia, si rodevano d'impazienza, di rabbia e di paura.

Il giorno di Pasqua destinato allo sterminio dei briganti poco mancò non segnasse la distruzione dei mercenarii e se le malve(51) italiane di fuori non avessero gridato "alla moderazione, all'ordine!" era questo il momento di farla finita con quella canaglia, morbo e disonore del nostro paese.

(51) Nome dei moderati.

Regolo e con lui la maggior parte dei trecento, dinanzi al veto che era giunto di fuori "di non tentare nulla per allora a favore di Roma", non vollero rimanere inoperosi, e per molestare l'eterno nemico presero queste determinazioni. Si arrolarono nelle truppe pontificie indigene; e catechizzarono i soldati in modo che nell'ordinanza di marcia, col pretesto che lor toccava la destra si ammutinarono. Gli ufficiali che volevano usare la loro autorità furono bastonati ed avendo il Generale D. mandato alcune compagnie straniere per metterli all'ordine cominciò una di quelle zuffe peggiori di una battaglia campale il risultato della quale fu che gli stranieri volti in fuga riguadagnarono le loro caserme.

Uno degli instigatori principali della sommossa era stato il nostro sergente di dragoni, Dentato.