È a tutti noto esser la corruzione e la delazione le armi principali di cui si serve il clero, per dominare le moltitudini, per spingerle alla ubbidienza di Cesare e poi farsi bello presso di lui per i servigi immensi che gli rende. La setta gesuitica, che si potrebbe chiamare il sublimato del pretismo, in altri tempi era potente al punto di dominare anche i Monarchi e le Corti. Oggi però, credo, solo le beghine, cariche d’ogni peccato mortale, ed alcuni cretini, sono il ludibrio della setta. Gl’imperatori e i re la fan da devoti per meglio corbellare i gonzi; essi mantengono e sorreggono il prete per ragioni di convenienza, ma sanno come me benissimo: un chercuto essere un impostore.

Il credito del gesuitismo va in ragione inversa del progresso umano. Generalmente quando uno stato diventa libero o quasi, la prima cura delle persone intelligenti si è quella di proporre la cacciata dei gesuiti, e quando il paese ricade sotto le unghie d’un’aquila, cotesta gramigna ripullula di nuovo maravigliosamente.

«Manteneteli poveri» È questo il precetto della tirannide e del prete, cioè, manteneteli miserabili e quindi sudici.—I paesi cattolici sono generalmente famosi per il sudiciume.

Correva il tempo in cui l’esercito liberatore[43] di Cavour, dopo i fatti strepitosi d’Ancona e di Castelfidardo, marciava sul mezzogiorno d’Italia per combatterne la rivoluzione, ed in caso la rivoluzione non avesse voluto accettare la sfida, eseguire ciò che eseguisce generalmente la sedicente giustizia umana, quando possiede grossi battaglioni: dividere l’ostrica, darne una valva od una bastonata ai contendenti, e mangiarsi il buono.

In una sala del Quirinale da noi conosciuta, ove usavan adunarsi i capi del sanfedismo, trovavansi in concistoro il generale dei gesuiti, il suo segretario generale ed il cardinal Volpe, capo della polizia pontificia.

La conversazione trascorreva animata sugli avvenimenti del giorno, e Volpe adiratissimo, dopo di aver narrato di Ancona e di Castelfidardo, disse:

«Una volta si contava tra le più astute, come astutissima la nostra corte, e massime poi la più furba ancora, consigliera della stessa la Compagnia di Gesù, tenuta per stupenda ed universale nel sapere ogni cosa di questo mondo e sventarla, quando tale cosa poteva nuocere agl’interessi di santa Madre Chiesa.—Oggi noi siamo lasciati molto indietro dalla Corte dei galantuomini (e qui un solenne sogghigno) in ogni specie di furberia e di malizia. Il moderno Macchiavello di Torino ha saputo far capire allo Imperatore che l’esercito sardo moveva nell’interesse generale dell’ordine Europeo, per combattere la demagogia invadente le due Sicilie; quando esso calpestando ogni diritto umano e divino, scagliasi sull’esercito santo (non più composto di legioni d’angeli però) e s’impadronisce, come lo fecero le orde dei Vandali del santissimo Patrimonio».

E qui parlando del santissimo Patrimonio, l’Eminentissimo appoggiò ambedue le mani sul vertice d’un potentissimo ventre, ove gli scarafaggi, grandi e piccoli, hanno edificato il loro santissimo e bruttissimo tutto.

«Ah! i bei tempi delle passate nostre glorie!» esclamò il generale «quegli aurei tempi Borgiani ove sì temuta era la possanza delle sante chiavi! ove quando non valeva il pugnale a curare certe prepotenze, là era pronto il veleno» e guardossi attorno «infallibile mezzo per ricordare ai protervi il rispetto a noi dovuto».

«Più efficaci ancora erano i roghi» gridò con accento rabbioso il Segretario: e la voce avvelenata del minor scarafaggio fu interrotta dal suono di un campanello, dal comparire d’un servo in livrea, e finalmente da monsignor Corvo, introdotto con segni di rispetto nell’aula.