L’Arco di Settimio Severo, una delle più severe ed importanti ruine che adornano il Foro Romano, copriva una catacomba, ed in quella conferivano i trecento prodi, e congiuravano per la liberazione della patria, in una sera di settembre del 1860.—Giovani tutti, ma di austero sembiante, come sono in generale i discendenti del gran popolo che non han degenerato e che poterono sottrarsi al contatto pestilenziale degli scarafaggi; i romani venendo da diverse direzioni, concentravansi tutti, favoriti dalle tenebre, per diversi anditi nel sotterraneo. Appena il respiro d’alcuni venuti da lontano, udivasi in quel consesso di giovani sacrati alla morte per la più santa delle cause. Sacrati alla morte! Ed i tiranni di Roma lo sapevano, ed impazzivano di rabbia di non poter distruggere fino alle radici quella pianta di generosi, da loro chiamati con nomi orrendi, come solo possono trovarsi sul vocabolario de’ preti.
Ma eran cambiati i bei tempi degl’Inquisitori; ed in Italia a dispetto dei retrogradi che proteggono per conto proprio i chercuti, già potevasi chiamare un birbante ed un impostore con il proprio nome. L’opinione della gente onesta cominciava a plaudire ai coraggiosi, che innalzandosi al disopra dei pregiudizi del passato, calpestavano con fronte alta il vecchio e putrido diritto divino, poggiato sull’altare della negromanzia. E quantunque sette anni dopo si trovasse ancora un disprezzevole tiranno della Senna, capace d’inviare in Italia i suoi sgherri, e sostenere la baracca pretina, la forza degli avvenimenti rovesciava nella polve il triregno, e trascinava il concime nella cloaca.
Una lanterna sorda come per incanto illuminò lo speco, ove immobili e silenziosi stavano i prodi campioni della libertà italiana. Essi portavano tutti la destra sul cuore, cenno di ricognizione, e di devozione illimitata alla loro patria infelice. Spettacolo sublime che i grandi artisti odierni potrebbero ben distendere sulla tela, incidere sul marmo e sul bronzo, per rimpiazzare certe mitre buffonesche ed immorali che disdorano il grandissimo tempio.
«Fratelli!» vibrava la maschia e melodiosa voce di Muzio: «Roma seguirà l’esempio dei nostri valorosi delle province, che sacrati alla liberazione degli schiavi, stanno compiendo una di quelle imprese che costituiscono il carattere d’una nazione insoffrente d’oltraggi, che imprimono a caratteri di sangue nella sua storia una pagina ben gloriosa! Sventuratamente ingannati sin ora da titubanti o presuntuosi, noi sin ora invano aspettammo il segnale della pugna. Ora, tregua alle timide aspettative, noi non vogliam più starcene colle mani alla cintola, e se la spedizione dei superbi militi di Marsala rovesciò nella polve un tirannuccio, dannato a pagar le colpe degli avi, e col solo delitto, per ora, d’esser nato sul marciapiede d’un trono, noi getteremo i nostri ferri tra gl’interstizi di questo catafalco delle malizie e delle corruzioni umane.—Noi sì! rovescieremo la più nefanda, la più pestifera delle Autocrazie.—Autocrazia che non si contenta di fare degli schiavi, ma li vuol depravati, corrotti, curvi, disprezzati, indegni di comparire al cospetto degli uomini.
«E noi, fratelli, che non abbiamo altra chiesa che lo spazio, cioè, l’Infinito, altri luminari che le stelle infinite, altro Dio che la ragione, la scienza, e l’intelligenza infinita che regola i movimenti, le combinazioni, e la trasformazione della materia infinita,—noi siamo condannati da codesti nemici dell’Umanità a rimanerci qui in un sotterraneo, ove puzzano ancora gli scheletri di tante vittime della tirannide e del fanatismo.»
Un ruggito di sdegno rispose alle eloquenti parole del capo dei trecento, e tutti sguainando simultaneamente la daga, giurarono di liberar Roma e l’Italia dal putrido chercume.
Ringuainate le daghe, Muzio presentò ai compagni Nullo, P... e la bellissima Lina, che debolmente potea nascondere sotto le virili sue vesti e sembiante la squisitezza delle femminee forme.
«Voi vedete qui, o fratelli, tre dei più valorosi militi di Marsala. Abbiam la fortuna d’averli tra noi, per le solite scelleraggini dei preti.—La Marzia con cui i chercuti hanno fatto tanto bordello è stata rubata nello stretto di Messina mentre disponevasi a traversare il Faro coi primi militi della schiera sacra che si disponevano di por piede sul continente italiano, per aprir la via ai corpi dell’esercito meridionale, vittorioso in tutti gli scontri, ed oggi in possesso di Napoli e Caserta, sino alle sponde del Volturno. Essi, i coraggiosi figli del settentrione e del mezzogiorno, hanno per obbiettivo la città eterna, e noi, spero, saremo degni di loro, e procureremo di accogliere quei nostri fratelli, in Roma libera, lavata dal sudiciume straniero e papale. Noi compiremo l’opera nostra, e per cominciarla degnamente, questa notte stessa, tenteremo la liberazione della Marzia».
«Che Dio vi benedica» esclamarono ad una voce i tre guerrieri dei Mille, e l’eroico figlio di Bergamo, Nullo, sollevando la marziale sua fronte, e tendendo orizzontalmente la palma della destra, disse colla potente ed eccitata sua favella: Io giuro, sino all’ultimo sospiro, di sostenere la causa dei popoli oppressi, contro i preti e la tirannide». (E ben mantenne il suo giuro, spargendo il sangue generoso sui campi della Polonia, per la redenzione di quel nobile popolo).
A quel giuro solenne, tutti distesero la destra e gridarono unanimi: «Giuriamo!»