Fra i trecento, posta dietro a Muzio, v’era una figura difficile a discernere, perchè avvolta in un mantello somigliante all’antica toga romana.—Essa avea nascosto il volto dal principio della conferenza sino al punto in cui si favellò di Marzia;—ma da quel momento, chi l’avesse bene osservata, avrebbe scorto una irrequietezza indomabile, un muoversi continuo, una smania potente di favellare. Gettando sulla sinistra spalla la grande toga e ponendo in libertà la destra, la persona che sembrava albergarsi sotto l’usbergo del valoroso capo dei trecento, esclamò, facendo un passo avanti, e mostrando uno di quei volti che, veduti una volta, rimangono per sempre scolpiti nell’anima «Ascoltatemi!»
La Contessa Virginia N..., perchè essa altro non era che la vittima del gesuitismo, la salvata da Muzio, avea la fronte e le guance leggermente solcate dalla sventura e dal pentimento, ma il suo volto malinconicamente bellissimo infondeva ancora ammirazione tale, da meritarsi il culto di qualunque uomo.
«Ascoltatemi!» essa esclamò, «o nobili figli della mia Roma infelice! Voi qui vedete la vittima di quell’infame setta nera, a cui l’Italia deve tutte le sue sventure! Ieri io era ancora nemica vostra, ma la destra di questo vostro valoroso capo mi strappò dalle ugne della morte ch’io bramavo, e mi redense dal vilissimo servaggio in cui la perversa corruzione di codesta canaglia m’avea precipitato».
«Io qui in ginocchio (e si genuflesse) vi prego di credermi e di perdonarmi! Vi prego di permettermi di condividere le gloriose vostre fatiche, e di cancellare con una vita di devozione e di sacrifizio alla patria tutta la nefandezza della mia vita passata».
«Io vi accompagnerò, ed accompagnerò questo mio salvatore, non perchè mi senta degna di voi e di lui: troppo macchiata, troppo infamata fu la passata mia esistenza.—Ma tanto santa, tanto umanitaria, è la causa da voi impugnata, ch’io non dispero di redimermi! Non dispero del perdono, e voglio in ogni modo consacrare questo infamato mio essere a servirvi, ed a servire l’emancipazione degli schiavi, sino alla morte! Marzia, la degna compagna di Lina, l’eroina dei Mille, fu da me travolta in inganno ed in servitù! Io ho servito d’istrumento ai persecutori della sua innocenza—e per prima prova del mio ravvedimento, io stessa vi condurrò alla liberazione dell’esimia guerriera!»
Terminate queste parole, la bella testa della Contessa rialzavasi a contemplare il consesso degli uomini da cui aspettava una sentenza di vita o di morte. Tutta questa brava gioventù, però, non era altro che commossa per l’abbiezione di tanta bellezza, e per tanta possanza della romana patrizia. Stupefatto ognun contemplava ai suoi piedi la temuta patronessa della terribile società di Loiola, ed ubbidendo ad un senso di gentilezza comune nella gioventù, ognuno sentì nell’anima l’umile posizione della bella infelice, e s’udì una tempesta d’esclamazioni da tutti quei generosi: «Alzatevi! alzatevi!»
A quella voce lo sguardo della Contessa rianimossi, negli occhi bellissimi si leggeva la contentezza, ma benchè dolcemente violentata dalla Lina, essa non volle alzarsi, e con uno sforzo estremo, esclamò:
«Perdono! perdono! fatemi degna di seguirvi nella santa vostra missione!»
«Alzatevi e conduceteci alla liberazione dell’eroina dei Mille» ripeterono i valorosi. La nobile e generosa Lina, spinta dalla gentilezza del suo carattere e più d’ogni altro commossa dalla scena interessante, solcò la folla, si avvicinò alla genuflessa, le porse la mano e l’aiutò a rialzarsi. Da quel momento la Romana fu consacrata per la vita alla vezzosa figlia delle Alpi.
Muzio, commosso, e cogli occhi umidi, porse anche egli la sua destra a quella donna già cara al suo cuore, e ritemperandosi nella virile sua natura, disse ai compagni: «È tempo che ci moviamo, e siccome pericoloso o imprudente sarebbe di uscire in massa, noi andremo alla spicciolata, e per diverse vie ci riuniremo nelle vicinanze del convento di S. Francesco per la liberazione di Marzia: ciò che deve eseguirsi prima delle 2 antim. per aver tempo di prendere la campagna».