I trecento erano gente a tutta prova, e certo per essi il rischio sorrideva come il bacio d’un’amante. Tutti però essendo giovani e non pratici d’ardue imprese, Muzio, che voleva assicurarsi il successo della liberazione, volle incaricare Nullo e P.... della parte ove abbisognava maggior perizia e sangue freddo. I due bellicosi figli delle Alpi, avanzi di cento pugne, palpitarono di soddisfazione e di gioia all’annunzio dell’onorevole incarico e della fiducia del capo, e senza millanteria, lo accettarono volenterosi.
«L’impresa ch’io vado a compiere, disse Muzio, di liberare la Marzia dal Convento, sarà la più facile, e con un terzo della nostra gente, spero portarla a buon fine:—la parte più aspra sarà la vostra, che dovrete proteggere la nostra uscita dal chiostro, ed aver da fare con più numerosi sicari del Papato».
«Mantenetevi quindi divisi il più possibile, per ispirare meno sospetto. Le due centurie a voi affidate sono comandate da ufficiali intelligenti, su cui potete contare come sulle vostre daghe, ed essi hanno ordine di tenersi alla vista, ed ubbidire al vostro minimo cenno. I miei cento ad un fischio si concentreranno all’ingresso principale e lo forzeranno».
Ogni cosa combinata, e comunicati gli ordini ad ogni capo delle centurie, e decurie, quei veri figli di Roma, disciplinati come le vecchie avite legioni, prendevan posto lunghesso la via Giulia, e la maggior parte sulle sponde del Tevere, tenendo come centro il convento che racchiudeva la valorosa eroina dei Mille.
Lina bruciava di assaltare il convento, e contribuire per la prima alla liberazione dell’amatissima compagna, ma Nullo e P... avrebbero ceduto il mondo, piuttosto che la vezzosissima guerriera, e così la gentile e bollente Alpigiana, dovette cedere alle ammonizioni de’ suoi cari.
Un convento! ma che? mi si dirà, assaltare un convento di monache, non dev’esser poi la fine del mondo. Un convento!..... Ma quando considerate un convento essere una fortezza, e massime in Roma, la cosa non è poi così facile[45].
La vicinanza del Tevere lo facea quasi inespugnabile da quella parte, e dalle altre parti v’erano altissime mura, guernite di torri ad uso castello del Medio Evo, in cui le monache tenevano una sentinella in ogni direzione, fornite da una compagnia di guardia, composta di mercenari stranieri, stanziati nel perittero del convento[46].
Da via Giulia e sponda sinistra del Tevere i romani avviavansi a poco a poco, passando i ponti Gianicolense e Fabrizio, sulla sponda destra per la Lungara, la Lungaretta, via S. Francesco, sino a tutta Ripagrande, e per la una, ora destinata all’assalto, essi tutti stavano al loro posto, divisi, ma pronti a concentrarsi al primo segnale.
I preti, da quegli astuti e birbanti che sono, avean preso ogni precauzione, per prevenire la fuga od il ratto della bella prigioniera, ed oltre a una guardia di birri nei giardini immensi dei padri francescani, a cui aveva appartenuto il convento prima[47], una compagnia intiera stanziava nel perittero dell’edificio, una di soccorso sulla piazza del teatro di Marcello, ed un battaglione in riserva al Campidoglio: queste ultime forze dovendo marciare sul convento al segnale d’allarme.