Quando io penso al potere dei preti, conservato malgrado ogni sorta di scelleraggine, appena credibile e che l’umana natura dovrebbe essere incapace anche d’ideare;—malgrado l’aver ridotto fino all’ultimo grado la più grande delle nazioni, d’averle inflitto ogni specie d’umiliante degradazione, averla venduta tante volte allo straniero e sopratutto d’averla educata ai baciamani, alle genuflessioni, alla paura, alla prostituzione e ad ogni specie d’oltraggioso abbrutimento, per cui una delle più belle razze, è per loro rachitica, curva, inferiore moralmente e materialmente a tutte quelle altre razze che le furono alunne!—Pensando al potere dei preti, dico: in questo secolo che si chiama civile, mi viene sovente il dubbio, che codesti cretini a cui appartengo per le forme, altro non sieno che una delle tante famiglie di scimmie da me vedute nel nuovo mondo.
Un prete è un impostore!—Chi può provare il contrario?—E vi vuol poi tanta matematica per capirla?—Eppure la potenza di quell’essere malefico continua. Le plebi ne sono affascinate ed il dispotismo si serve di cotesto fascino per malmenare i popoli. E si grida da una parte, e si fa i sordi dall’altra, ed intanto va avanti questo bordello, chiamato costituzione di popolo libero, e questa povera Italia nostra che potrebbe essere comparativamente felice, è scelleratamente più martoriata delle altre nazioni.
Ciò prova a sufficienza non esser questa l’età dell’oro, e prova che il male supera tuttora il bene nelle afflitte nostre contrade.—Chi sono i sostenitori del pretume? I minchioni ed i birbanti. I governanti presenti dell’Italia sono quindi o birbanti o minchioni,—piuttosto arcibirbanti! E tutto questo gran popolo libero ed indipendente a cui s’impone tutta cotesta bordaglia, io mi vergogno di qualificarlo e di appartenervi!
Sebbene vinto l’esercito borbonico al Volturno, il cherchume perciò non cessava dalle sue reazionarie trame;—esso fu scosso, scompigliato, atterrito dalla gloriosa vittoria della giustizia, ma rialzavasi presto, e non frenava la sua libidine di congiure e di tradimenti contro la terra che per sua sventura generava e nutriva cotesto mostro dalle mille teste.
Corvo, il gesuita, il terribile agente della reazione clericale-borbonica, sdegnato prima contro i correligionari della camorra, e della bottega di Napoli, era poi sdegnatissimo contro i generali di Francesco II che con un immenso e brillante esercito, s’eran lasciati battere da un pugno di rompicolli.
Come abbiam veduto, egli avea lavorato in Napoli con un accanimento straordinario per suscitare il partito ad un movimento d’insurrezione, che avrebbe servito di potente diversione a favore dell’esercito di Capua. Egli avea assistito a tutte le riunioni della camorra, avea picchiato a tutte le porte dei conventi, dei prelati e dei parroci. Ma vi vuol altro:—l’affare era arduo per i grassi ministri di Dio! Si trattava della pelle—e benchè sicuri della gloria del paradiso (non ridete), morendo per una causa santa,—essi, i candidi leviti che appartengono ad un mondo superiore, amano un tantino le delizie di questo. E perciò il nostro settario di S. Ignazio, maledicendo alla codardia dei ben pasciuti coccodrilli, recossi al campo del re di Napoli.
Corvo assisteva a tutta la battaglia del 1º ottobre; vero genio del male, egli moltiplicavasi in tutti i punti più importanti, animando i soldati alla zuffa;—e fu veduto col crocifisso alla mano nel più forte della mischia, eccitando, col gesto e colla voce, e gridando con quanto avea di polmone: «Avanti!» Ma là pure gli toccò ad indietreggiare, e si contava d’un prete, che mentre tutta la truppa davasi alla fuga, esso per l’ultimo, sempre col suo Cristo alla mano, disprezzando gl’inseguitori, non v’era modo di farlo alzar le calcagna.
Che ostinazione nel male in quell’uomo sì avvenente, sì coraggioso e d’un genio veramente superiore; io ne sono stranamente sconcertato, e sovente pensando a tali esseri straordinari, io mi stupisco come non crollino il fango da cui sono avvolti e dicano alle moltitudini che abbisognano tanto di verità come di pane: «Noi siamo i sacerdoti del vero!»
Che un cretino possa esser prete e possa creder a’ preti, pazienza! Ma che una delle più grandi celebrità moderne, come matematico e come astronomo[56] possa rimaner gesuita, mi fa strabiliare.
I grandi d’ogni specie crederanno forse esser necessario che la canaglia si ravvolga nella melma e vi rimanga per sempre?