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CAPITOLO LV.
LA SIMPATIA.

Non amore,
Ma certo parente
Dell’amore sei tu, simpatia.

(Autore qualunque).

Chi è quel tale dal volto sereno e dalla fisonomia attraente? Non lo conosco!.... Ma i miei cani non abbaiano scorgendolo, ed i miei bimbi—così ombrosi alla vista d’uno straniero—non solo non lo fuggono, ma lo lasciano avvicinare, ridenti, come se da molto lo conoscessero, e ne accettano graziosamente le carezze; si siede e si gettano tra le sue ginocchia, come se di consuetudine! Io stesso, non so perchè, sono da lui attratto, e fissandolo cesso d’esser burbero, perdo la naturale mia malinconia, e ne risento piacere: quasi, se non temessi d’esserne ripulso, lo abbraccerei!

Che volete: è simpatia! Non so se l’occhio del perverso possa suscitarla coll’arte di fingere! In quel caso io sarei preso nella rete dell’inganno, poichè su di me è possente l’effetto simpatico del volto di un uomo onesto.

«Dirai a Castelli ch’io l’amo» dicevo bambino ad un mio amico che recavasi presso il summentovato, che avevo veduto una volta sola e che mi aveva suscitato simpatia.

Un’altra volta per il figlio di un cocchiere, che i miei parenti non volevano vedermi frequentare, io quasi divenni pazzo.

Ebbene! tra le nostre tre donne, che a Tivoli per l’abbondanza di cavalli s’eran lasciate persuadere di cavalcare, regnava molta simpatia, massime tra la contessa Virginia e Marzia. La contessa trovava forse la Lina troppo bella? Nel cuor delle belle—con tutto il culto che ho per esse—so regnarvi, qualche volta, dei germi di gelosia, così sottili, così delicati, che nelle anime nostre più rozze sono, credo, impercettibili.