Quando scorgevasi il primo fuoco d’un’imboscata, il nostro P..., figlio di monti più alti degli Apennini, e che formava l’avanguardia colla sua centuria, lanciavasi come un capriolo, gridando: «in carica!» ciocchè eseguivano i militi, senza fare un tiro.

Si suppone certamente che i cafoni non aspettavano la tempesta dei liberi, e se la davano a gambe fuggendo precipitosamente e raccontando poi che sotto l’assisa della rossa camicia essi avevan scoperto la simbolica figura del demonio;—codardia che solleticava i chercuti, interessati a mantenere il popolo nell’ignoranza e nell’abbrutimento.

È certamente codesto il vero modo di rispondere alle imboscate: caricarle al primo indizio, se ne esce sempre meglio—e caricarle senza far fuoco, poichè commettendo l’imprudenza di tirare dallo scoperto, contro gente coperta, è sempre fatale.

A Sora l’affare fu più serio, essendo la forza nemica maggiore, ed essendosi questa fortificata a circa mezzo miglio dalla città in una stretta formidabile.

Gli esploratori nostri, però, avendo avvertito il capo che molta forza nemica nascondevasi dietro i ripari che si vedevano di fronte, Nullo pensò saviamente d’inviare un terzo della forza a girare il nemico per la sua sinistra—ciocchè fu eseguito, con grandissima difficoltà però, da P... colla sua centuria.

La prima centuria, comandata da Muzio, capo di stato-maggiore, ed all’ordine immediato del comandante, doveva attaccar di fronte, mentre Orazio colla terza centuria stava di sostegno e pronto ad eseguire i movimenti e gli ordini del capo.

Qui accennerò, per istruzione dei giovani militi, che la situazione babilonica dell’Europa porterà ancora sui campi di battaglia, alla necessità d’una forza disponibile per attaccare il nemico di fianco mentre si attacca di fronte—disposizione sempre utile, quando possibile, ma particolarmente in posizioni forti come quelle occupate dai sanfedisti nella presente occasione.

Alle prime fucilate della sinistra nemica contro l’assalente, seconda centuria, Nullo ordinò la carica, ed i suoi prodi, assuefatti ad assalire a ferro freddo, furono in un momento sotto le barricate nemiche, e poco soffrirono dalla grandine di palle che partivano da quelle.

Soffrì di più la terza centuria che, caricando in coda, riceveva le cariche sfioranti le teste di coloro che precedevano. Essa ebbe la sensibile perdita di sei morti ed una dozzina di feriti, più o meno gravemente, tra cui il valoroso capitano con una palla in fronte che fratturò il cranio, ma non lo perforò, per fortuna, rimanendo il proiettile conficcato a guisa di verruca tra la cute e la parte ossea.

Orazio cadde e lo si credette morto per un pezzo; solo dopo il combattimento, raccolto dai suoi per seppellirlo, si riconobbe che respirava ancora, e fu portato nella prima casa.