Abbandonarli quei prodi compagni feriti!—nemmeno per sogno, piuttosto perire tutti che lasciare alla ferocia del prete e de’ suoi fanatici tante nobili vittime!—E così si fu obbligati di rimanere per alcuni giorni in Isernia, ove nulla si trovava perchè portato via o distrutto; ma almeno i sofferenti avevano un tetto da ricoverarsi dalle intemperie ed alcuni giacigli ove riposare le membra stanche ed addolorate. Si prepararono delle barelle in mancanza di veicoli; si sacrificarono alcuni cavalli e si trovarono pochi polli nei dintorni per avere un po’ di brodo per gl’infermi. Difficilissimo, poi, fu trovare dei panni da far fascie e filaccie per le ferite. Anche i sani trovarono difficilmente da mangiare e fu quindi ben malinconico il soggiorno dei nostri in Isernia.

Che importava fossero italiani, e della miglior specie! Essi erano eretici! maledetti da Dio! e quindi condannati all’inferno! all’inferno, capite!—in quella bagatella di fuoco eterno che i preti han trovato sì comodo per arrostire coloro che non vogliono saperne della loro bottega e che non vogliono pascere l’insaziabile loro ventre e le sante loro lussurie!

Venne finalmente il giorno della partenza; e benchè molti nella colonna credessero le maggiori difficoltà superate, non era questa l’opinione del comandante. Egli non manifestava esteriormente i suoi timori, ma nel fondo dell’anima sentiva un presentimento invincibile di sciagura.

Comunque, egli ordinò un sistema di marcia con tutte le precauzioni richieste in circostanza di pericolo. P... colla sua centuria, assottigliata dalle diverse pugne, continuò a fare l’avanguardia. La centuria di Muzio, con cui trovavasi Nullo, occupava il centro; seguivano i veicoli e le barelle dei feriti, e la retroguardia fu affidata alla centuria d’Orazio, comandata dal tenente Ezio in sostituzione del capitano ferito gravemente.

Alcuni veicoli, che prima si chiamavano dell’Intendenza, servivano pei feriti, e se qualche briciolo d’alimento esisteva nella brigata, questo era ben custodito nel sacco o nella saccoccia di alcuni militi.

Tra Taliverna e Venafro scorre il Volturno, ancora torrente e colle sponde scoscese. Lo stradale traversa quasi perpendicolarmente il fiume su cui esisteva un ponte che venne minato dai borbonici; e fu in questo luogo ove il generale Corvo ammassò tutti i suoi mezzi di resistenza. E veramente, per opporsi ai progressi dei liberi italiani, sito più conveniente e più formidabile, era ben difficile trovare.

Lina, Virginia e Marzia marciavano nel centro in coda alla centuria di Muzio, ove occupavansi anche della custodia dei feriti.—Esse avevano partecipato alle antecedenti pugne, armate di carabina, e mettendo piede a terra quando abbisognava. In Isernia però erano state obbligate di cedere i loro cavalli per l’inesorabile bisogno di mangiare e di avere del brodo.

A piedi o a cavallo, noi già conosciamo l’intrepidezza delle giovani eroine, avanzi di venti combattimenti, e la romana Virginia, forse più per disprezzo della vita, ma anche perchè dotata di natural coraggio, seguiva valorosamente l’esempio delle compagne, quantunque meno adeguata alle fatiche ed ai perigli della vita dei campi di battaglia.

Esse avevano affrontato il pericolo con ilarità sino a questo giorno, dimenticando le due romane anche la consueta malinconia. Ma oggi (credo 28 ottobre 1860) certo presentimento, che si guardavano di manifestarsi reciprocamente, annuvolava i loro volti raffaelleschi.

In un momento d’alto, Lina che non poteva stare nella pelle, scostossi un poco a destra, salendo su di una piccola eminenza. Essa gettò lo sguardo, acuto e penetrante come quello dell’aquila, verso le maestose cime del Matese; ne contemplava la scoscesa catena adorna di piante secolari di quercie e di castagni, formando boschi foltissimi in alcuni punti; e mentre divagava la vista nell’imponente spettacolo, essa ad un tratto, rivolta alle compagne, esclamò: