Nelle strade d’Isernia non si vedeva un solo individuo; ed in alcune case trovaronsi pochi vecchi infermi, che la popolazione non aveva avuto tempo di trasportare. Fu cotesto provvedimento del gesuita, e ciò prova quant’era l’astuzia e la capacità di questo nemico del genere umano. Serva questo d’esempio ai nostri concittadini, sempre pronti ad inchinarsi davanti allo straniero facendo così facilissime le invasioni.
Io spero che l’Italia non cadrà più in tali grossolani ed umilianti errori; spero sopratutto che essa non avrà più mai invasioni straniere; ma in caso di tanta sventura, per il pessimo stato delle sue istituzioni, devono essere castigate coll’ultimo rigore e consacrate ad infamia eterna quelle autorità che non comandano all’avvicinarsi del nemico lo sgombro generale di tutto l’abitato ed il trasporto in luogo sicuro, anche sui monti o nelle foreste, di ogni oggetto che gli possa servire, massime il bestiame e gli alimenti per uomini ed animali, abbruciando tutto quanto non si può trasportare.
Vorrei di più, che si castigasse rigorosamente chiunque ha potuto sfuggire il nemico e non l’ha fatto, sotto l’imputazione di spia, e chiunque ha provveduto, anche con un bicchier d’acqua, il soldato straniero.
Poichè noi Italiani dobbiamo finalmente capirla, quegli invasori che i preti accolgono col crocifisso alla mano per ingannare il povero popolo, sono ladri, assassini spinti sotto falsi pretesti a derubarci del sudore delle nostre fronti ed a prostituire i domestici focolari—si chiamino essi francesi, austriaci, turchi od altro—e che dovere di tutti—giacchè si tratta della causa di tutti—si è di distruggerli con tutti i mezzi possibili. Operando in tal modo ed obbligando alle armi chi vuole e chi non vuole, cioè due milioni di militi (10 per 100 come in Svizzera), la nostra Italia è invincibile.
Il loiolita, con tutta la malizia che gli conosciamo, aveva saputo adoperare tutti i mezzi e tutti gli stratagemmi di guerra in cui molti dei generali borbonici avrebbero desiderato di eguagliarlo. Egli disse tra sè: «Questi demonii di rompicolli, per argine che loro si opponga in Isernia, finiranno per superarlo: e questi cafoni, anche dopo d’aver distrutto la metà dei nemici, finiranno per darsela a gambe.—Quindi, meglio far un deserto della città, ove nulla potrà più trovarsi, e portare la guerra in una posizione vantaggiosa al di fuori, in cui, dopo fuggiti i miei codardi, almeno i nemici non troveranno altro che feriti e cadaveri».
Con tale ragionamento diabolico, e dopo d’aver ordinato quanti ostacoli era possibile al progresso dei trecento, egli comandò la completa evacuazione della città in nome del re e della religione.
L’evacuazione fu eseguita in modo da non lasciare nella città che pochissimi vecchi infermi, non trasportabili. Le vicinanze delle montagne e dei boschi presentavano dei nascondigli inaccessibili ai non pratici; ed ogni specie di vettovaglie, bestiame, ecc., che avesse potuto servire ai perduti, vi fu nascosto con cura particolare.
Tutti gli uomini validi, poi, diretti dal comandante del battaglione di fanteria e da varii ufficiali del genio, venuti pure dall’esercito borbonico, organizzaronsi indietro d’Isernia verso Taliverna, Venafro ed i monti che costeggiano la strada a settentrione. Tale sistema di difesa ed offesa era degno d’una causa migliore. E si intende che monsignor Corvo volle mantenersi al comando supremo dell’esercito della fede. Ed era veramente fede ciò che portava sui campi della morte tutta quella massa d’infelici concittadini, poichè, se fossero stati guidati dalla ragione, essi avrebbero capito che servivano chi li ingannava e li vendeva, mentre pugnavano per l’esterminio dei valorosi campioni della loro causa, cioè quella degli oppressi!
Nullo, da quell’esimio capo che era, concepì tutto il pericolo della situazione; ma trovò nello stesso tempo nell’intimo dell’anima sua tutta la energia che tale critica posizione richiedeva.—Molti davano per motivo dell’abbandono d’Isernia lo spavento cagionato dai nostri alla popolazione; ma egli non ingannossi, e, senza manifestare il suo criterio, si attenne alla conseguenza che qualche stratagemma fosse meditato dal nemico, oppure che si fosse trincerato in forti posizioni sulla strada che si doveva percorrere; e così era veramente.
Il più terribile della situazione dei militi della libertà, era il gran numero dei feriti—proporzionatamente all’esiguo numero degli avanzi dei trecento—ed era cotesto il maggiore dei pensieri dell’illustre capo.