Per fortuna Nullo ebbe sentore di tanti diabolici preparativi, ed invece di prendere la strada diretta ad Isernia, fece obliquare la colonna a sinistra, valicò i monti ad oriente e gettossi nella vallata del Sangro che percorse sino ad Alfedena; varcò una seconda volta i monti, e per Rionero incamminossi sullo stradale che conduce ad Isernia.
Da Rionero, avanti però, comincia una storia ben dolorosa per i nostri prodi amici. Il loiolesco, poco fidandosi delle attitudini guerresche de’ suoi cafoni, avea chiesto un battaglione di cacciatori al re di Napoli, e l’esercito borbonico dovendosi chiudere nelle fortezze di Capua e di Gaeta, non fu difficile ottenerlo. Cotesti soldati, già agguerriti in varii combattimenti, esperti tiratori ed armati d’eccellenti carabine, cagionarono gran danno ai figli di Roma.
In tutti i zig-zag della strada che da Rionero va ad Isernia, v’erano fossi, barricate e truppe nemiche imboscate. I prodi militi di Nullo caricavano qualunque imboscata e la conquistavano a misura che si scopriva, ma ogni volta, pei tiri accertati dei cacciatori borbonici, essi lasciavano qualche vittima, ed il numero dei feriti cresceva, con grande imbarazzo dei nostri, in un paese ove tutti fuggivano, e portavano via gli animali ed ogni specie di veicoli. L’unico mezzo per portare i feriti era dunque quello delle barelle, costrutte come si poteva, e con grande spreco di gente per portarle—ciocchè menomava orribilmente il numero dei combattenti.
Così si giunse sino alle porte d’Isernia, ove Nullo, credendo di trovare seria resistenza, aveva prese tutte le precauzioni per l’attacco che ad un capo come lui suggerivano la risoluzione e l’esperienza.
Quale fu lo stupore dei nostri quando gli esploratori vennero indietro annunziando che la città era deserta di nemici e di popolazione! E veramente tutta la brigata entrò senza verun ostacolo.
Se nei paesi ove si compiacciono di scialacquare gl’invasori—come l’Italia, per esempio, ed oggi un po’ anche la Francia—si facessero ai nemici le accoglienze fatte da quei d’Isernia ai trecento, per ordine di monsignor Corvo, io sono sicuro che succederebbe come successe in Spagna ed in Russia agli eserciti del primo Bonaparte—lezione che ha fatto inviolabili i territorii di quegli Stati ove la nazione era veramente decisa di non piegare il collo.
Ma che succedeva nei felici e ricchi paesi d’Italia e Francia? Giungeva il nemico—voi vedevate dal sindaco al sagrestano corrergli incontro con musi ridenti—non dico volti, poichè quelle mutrie non appartengono a razza umana—domandare di che abbisognava, ed a gara l’uno dell’altro, rompersi il collo per soddisfare ai bisogni—sollecitudini il più sovente pagate con bastonate o peggio.
Giungevano i connazionali—fossero essi francs-tireurs o volontari—stanchi, decimati dalle palle nemiche o dalla fame.........—«Via! via presto che ci compromettete. I prussiani o i turchi hanno portato via tutto: nulla più abbiamo»—e tante altre simili cantilene.
Fortuna se si era in molti, allora qualche cosa da mangiare e da bere si trovava; in pochi, anche le donne vi correvan sopra colle scope!
E qui lo spigolatore dell’Unità Italiana mi ricorderà l’antifona mia favorita; e siccome, come ogni fedele, sono anch’io un po’ di testa dura e dò poca retta agli spigolatori del dottrinarismo, qui, dico, forse per la centesima volta, devo ricordare agli Italiani che gli ho veduti anch’io i preti col crocifisso alla mano, seguiti da una folla di popolo plaudente, sventuratamente italiano, precedere la trionfale entrata dello straniero nei paesi nostri.