. . . . . . . e all’orror di notturni
Silenzi, s’intendea lungo ne’ campi
Di falangi un tumulto, e un suon di tube,
E un incalzar di cavalli accorrenti,
Scalpitanti sugl’elmi ai moribondi,
E pianto ed inni, e delle Parche il canto.
(Foscolo).
I campi celebri di Maratona co’ loro tumulti notturni—che la fervida poetica immaginazione de’ pastori dell’Attica narrava anche in tempi remoti alla stupenda battaglia dell’indipendenza greca—quei superbi campi e quei fatti gloriosi ebbero la fortuna d’esser cantati da due dei più potenti genii poetici che abbia prodotto il mondo: Byron e Foscolo.—E perchè non troveranno i loro vati anche le forche caudine ed i campi di battaglia dell’indipendenza sannita?
Milziade pugnava, è vero, contro un esercito immenso, ma composto d’effeminati dementi e di schiavi condotti alla battaglia per forza. I Sanniti, invece, avevano contro di loro le formidabili legioni che finirono per passeggiare padrone sulla faccia conosciuta della terra—le vinsero ed inflissero loro la più umiliante delle ignominie, quella di farle passare curvate sotto le forche erette per oltraggiarle.
Se il Sannio fosse stato compatto come la potenza di Roma in quei tempi, forse le ugne dell’aquila dei sette colli non avrebbero lasciato le loro impronte sul mondo.—E dove sono le vestigia di quelle popolazioni guerriere, di quei superbi vincitori dell’orbe, di quei robusti discendenti dei Marzi? Essi si sedettero al desco dei dominatori, ne divisero le prede e con essi furono inghiottiti dal vortice di corruzione ove si tuffarono tutti i satelliti dell’universale tirannide!
Redenti dal risorgimento italico, perchè quelle belle razze d’uomini non appariscono più al cospetto degli altri popoli conformi alla loro natura agili, forti, intemerati, insofferenti di servaggio? Dimandatelo ai preti per cui oggi si chiaman cafoni; ai preti ch’ebbero il talento di farne popolazioni di sagrestani, curvi, gobbi, col collo torto a forza di baciamani e di genuflessioni; ai preti che insegnarono loro l’odio agli uomini liberi, alle libere istituzioni, alla scienza ed ai suoi grandi cultori, all’indipendenza patria; ai preti infine che insegnarono loro a disprezzar l’Italia e a tradirla!
Isernia, capitale dell’antico Sannio occidentale, potrebbesi intitolare, come Palermo, la conca d’oro. Circondata dalle alte cime del Matese—ove tesoreggiano sorgenti abbondantissime ed inesauribili da una parte, fra cui dominano le cataratte del Volturno, dall’altra completando la corona altre delle alte cime apenniniche, ne fanno veramente un paese incantevole, ove il touriste, che fugge le aride ed infocate contrade, può trovare quanto brama di verdure, aure fresche e deliziose ed acque zampillanti e cristalline quanto quelle delle Alpi. Paesi a cui natura fu prodiga d’ogni suo benefizio, e che perciò attrassero il nero bipede che predica l’astinenza e si pasce di lussuria. Sì! il prete come il simoun isterilisce in quelle magnifiche contrade ogni fonte di progresso e di prosperità. Là, ove potrebbero sorgere dei Chicago e dei Manchester, sorgono invece delle città appena note sulle carte geografiche, come Isernia e Campobasso, con popolazioni robuste sì, ma annegate nella più crassa ignoranza.
In Isernia, come dicemmo, stabilì il suo quartier generale monsignor Corvo, onnipotente per i pieni poteri che aveva dal governo borbonico e dal papale, onnipotente per la maliziosa e maligna di lui sapienza, facile ad imporsi su d’un clero ignorante e su popolazioni governate e traviate dal clero.
Gli ordini di lui furono esattamente compartiti, e certamente il generale d’un esercito non poteva essere più ciecamente ubbidito. L’interesse della causa ch’egli serviva, e più l’odio mortale sempre crescente concepito per i rapitori delle sue donne, lo tenevano in un orgasmo indescrivibile. Guai per i nostri amici, se i dipendenti di Corvo avessero avuto la metà del coraggio e dell’attività sua!
Comunque, sulla strada che doveano percorrere i trecento per giungere ad Isernia, ogni specie di ostacoli furono innalzati e adoperati a profusione. Taglio di piante e di strade, trincee, imboscate, mine, distruzione di ponti e quante scelleraggini inventa la malissima umana intelligenza, quando propensa o spinta all’esterminio della propria specie; tutto fu messo in opera dai cafoni diretti da chercuti o non chercuti reazionari.