La vezzosa, un po’ stizzita d’essere rimandata indietro, compì esattamente la missione, ma fu presto di ritorno accanto al capo. E questi:

«Ordina a tuo fratello di passare il ponte, di prendere a destra e proteggere il nostro fianco, mentre noi procederemo avanti».

«Avanti!» esclamava il bellicoso concittadino di Nullo, cui il pericolo aumentava l’ardire. «Avanti!» ed ordinava di suonare la carica all’ordinanza sua, che a Tivoli s’era fornita d’una tromba dei zuavi pontifichaux, e nel gridare «avanti!» il nostro P..., colla sciabola alla mano, lanciossi sui cacciatori che sembravano voler difendere il ponte, ma che fuggirono all’avvicinarsi del nembo. Egli era sempre accompagnato nelle pericolose imprese d’avanguardia dal coraggioso Talarico che gli serviva da guida e da compagno.

Nullo seguì subito il movimento dell’avanguardia colla centuria del centro. Egli marciava in colonna per sezioni a distanza intiera all’oggetto di fare una maggior comparsa di forze che non esistevano realmente. Ma quando il centro della sua colonna passava il ponte a passo celere, il nemico, per via d’un filo, fe’ saltare la mina, e per fortuna l’esplosione ebbe luogo tra una sezione e l’altra.

Comunque, vi furono varii morti, feriti precipitati nel fiume e, peggio ancora, il convoglio dei feriti e la retroguardia divisi dai loro compagni. Il demonio del fanatismo e della guerra aveva veramente inspirato il gesuita in quel giorno fatale, e tutto camminava secondo le previsioni sue diaboliche. Egli aveva ridotto i trecento a terribile frangente; e con tutta la fiducia che cotesti valorosi avevano nel loro capo, non mancarono alcune parole ingiuriose tra loro: «Perchè non s’erano fatte indagini più accurate prima di avventurarsi sul ponte; e se non vi aveva pensato il duce, perchè non il capo di stato-maggiore?»

Non appena la mina ebbe scoppiato, una valanga di forsennati precipitò dai monti sulla destra dei nostri. Urlavano come belve, mentre fulminavano stando dietro le piante una grandine di fucilate. Fortuna per i liberi che i cafoni non erano destri a sparare il fucile. Non così i cacciatori borbonici.—Il loro battaglione, imboscato dietro varii scaglioni di trincee e di fossi, aprì un fuoco infernale di fronte, e questi soldati, addestrati ai tiri ed armati d’eccellenti carabine, in poco tempo fecero un monte di cadaveri e di feriti ad occidente del ponte del Volturno.

P... che aveva passato il ponte con circa cinquanta uomini della sua centuria, era stato obbligato di ripiegarsi sulla centuria del centro; ed in poche parole, con Nullo. Essi convennero di difendersi sul posto—alquanto coperto dalla depressione del terreno, dalle sponde del fiume e dai rottami del ponte—sinchè Ezio ed i feriti avessero potuto varcare il Volturno—ciocchè costò molte vite e gran perdita di tempo. La situazione del resto dei trecento diveniva ognor più disperata; ed il nemico ingrossava sempre più; non ostante, sin quasi verso sera ogni carica del nemico era stata respinta, ed i nostri padroni del campo di battaglia.

Nullo, P..., Muzio, Ezio e le nostre eroine sembravano leoni feriti. Menomati gl’individui, erano cresciuti i moschetti, i cadaveri fornivano di munizioni coloro che potevano sparare; ed ognuno aveva scelto un’arma buona, se non per vincere, almeno per vender cara la vita. Si era, fra questi superbi campioni del diritto, nella voluttà della morte! Chi cadeva gridava: «viva l’Italia!» Ed i nemici, verso sera, non ardivan più di giungere su quel mucchio d’eroi la maggior parte feriti.

Orazio, malgrado la debolezza a cui l’aveva ridotto la ferita della fronte, aveva impugnato un fucile, e fu rovesciato da una palla al cuore mentre puntava.—Finì la vita gloriosa senza un lamento. Ezio cadeva accanto a Orazio, e verso il tramonto, dei nostri conoscenti solo Lina era rimasta illesa. Talarico nel più forte della mischia la copriva col suo corpo e, sdegnando il fucile, quando i più arditi dei nemici nelle loro cariche s’avanzavano a pugnare corpo a corpo, egli aveva trovato una scure, e guai al cafone od al cacciatore su cui cadeva la terribile lama! Anch’egli cadde finalmente!... contento d’averla difesa e beato da uno sguardo di lei nell’ultimo respiro della vita.

Corvo, colla libidine della passione e della distruzione nell’anima, malediva la notte, e malediva anche la bugiarda storia della Sacra Scrittura che contava la favola di Josuè. Scettico e libero pensatore nel fondo della coscienza, egli per un solo filo teneva ancora alla formidabile società di cui era stato sino allora il più saldo sostegno.