E fu amore selvaggio, il suo, amore, per cui egli avrebbe dato fuoco, non solo alla mina del ponte, ma alla mina dell’orbe s’egli ne avesse avuta la miccia alla mano! Amore! che, come abbiamo veduto, lo fece precipitare sotto la lama omicida del guerriero alpigiano, e da capo supremo d’un esercito, ridotto a vile prigioniero ferito d’una masnada ch’egli detestava più della morte!

Condotto nel centro della colonna in marcia su Tora, e trascuratamente vigilato dai militi stanchi, egli tentò la fuga, facilitato dall’oscurità della notte, e pervenne ad uscire dalla colonna, arrampicandosi a destra verso le falde dei monti.

Ma fatalità, o giustizia! Una palla dei cacciatori borbonici, forse l’ultima degli ultimi tiri sparati sul fianco destro dei nostri, lo colpì sul naso, fra i due occhi, quasi all’istesso punto, ove aveva ricevuto la prima ferita; ambe ferite dolorose, ma non mortali per disgrazia sua, che quasi lo acciecarono completamente. Egli cadde, ma rialzossi subito, e cogli occhi appannati dal sangue e dalle tenebre, cercando scampo colla fuga, precipitossi nuovamente nelle fila de’ suoi nemici, ove, riconosciuto, lo legarono colle mani di dietro, e lo ricondussero con più vigilanza di prima.

Il villaggio di Tora è dominato da un castello, residenza degli antichi signori del medio-evo; oggi palazzo municipale—ed è certamente il più importante edifizio del paese. Chiassi ed il suo stato maggiore l’occupavano prima dell’arrivo di Nullo; ma giunto costui con gran numero di feriti, negli spaziosi appartamenti del castello, vi si collocarono molti letti, e vi si poterono accomodare quasi tutti.

Un aneddoto curioso successe il primo giorno dell’arrivo di Chiassi in Tora. I preti, disperati di veder occupato il loro paese dagli eretici, inventarono la storia, che nel palazzo, di notte, vi si sentiva, cioè si udivano dei rumori soprannaturali, e si raccontava di più, che un sacrestano ch’ebbe l’ardire di volervi passare una notte, disparve, e non se ne seppero più notizie, probabilmente portato via dagli spiriti degli antichi signori del castello, che non tolleravano stranieri.

«Oh bella!» disse Chiassi al curioso annunzio «questa è prova che merita d’essere tentata, e la voglio tentare da solo».

Egli fece quindi preparare una stanza per lui solo, e da cena, la stessa sera, e pregò i suoi ufficiali di alloggiarsi per quella notte nell’osteria del paese.

Cenò il nostro Chiassi con quella pacatezza e con quel sangue freddo che tutti gli abbiamo conosciuto, anche nei maggiori pericoli; fumò il sigaro e sdraiossi dopo sul letto per lui preparato. Non spogliossi totalmente, non per timore, ma per abitudine contratta in quei tempi grossi d’avvenimenti.

Toltisi però gli stivali dai piedi, ed assicuratosi al capezzale un revolwer e la sciabola, coricossi, e non tardò a prendere il sonno, stanco d’una giornata laboriosa.

Era circa la mezzanotte—ora che credo generalmente preferita dagli spiriti per eseguire le loro notturne peregrinazioni:—il colonnello russava, e credo in modo da essere inteso anche dagli spiriti che hanno l’udito fino.