Quando si può, tenersi vicino al campo di battaglia, ed in alto per poterlo vedere. I generali borbonici invece, situati nella pianura, poco o nulla potevano scoprire.

Certo della vittoria, discesi dal monte nel villaggio, e mi ricordai allora—già di notte—di non aver preso alimento nella giornata. Qualcuno, mi disse essere i carabinieri genovesi dal parroco. Ciò mi sollevò il cuore, certo di non morire di fame in tale casa, ed in compagnia di quei miei prodi fratelli d’armi. E non m’ingannai: basta dire che, non solo squisiti manicaretti mi presentarono, quei miei incomparabili, ma persino il caffè.

Siccome, però, la felicità è un fantasma sulla terra, e che pare stanziare solo nell’immaginazione umana, subito dopo il caffè, invece di potermi sdraiare un’ora, e riposare le mie stanche membra, un messo mi rimise un dispaccio da Caserta, in cui mi si diceva: «Caserta, seriamente minacciata da un considerevole corpo nemico, scendendo per Caserta Vecchia».

Addio riposo. E non v’era tempo da perdere. Ordinai al maggiore Mosto, di far preparare i suoi carabinieri genovesi; si diedero alcune altre disposizioni, e con alcune centinaia d’uomini mi avviai, verso la metà della notte, alla volta di Caserta.

Giunto presso Caserta all’alba, inviai il colonnello Missori, con alcune delle sue guide a cavallo, ad esplorare il nemico: ciocchè egli eseguì da quel prode cavaliere che si conosce; ed io mi recai in città, per intendermi col generale Sirtori, sul da farsi. Essendo in conferenza col capo di stato maggiore, avemmo avviso: discendere i borbonici dai monti, e già impegnati coi nostri avamposti.

Sirtori, alla testa di poche truppe, marciò risolutamente sul nemico, di fronte, e lo respinse coll’ordinaria sua bravura.

Io raccolsi quanto mi fu possibile di gente nostra restante[60] e marciai sul fianco destro del nemico per girarlo, ciocchè riuscì perfettamente.

Il corpo borbonico, che stavamo attaccando, era di circa cinque mila uomini, e lo stesso che aveva schiacciato l’eroico battaglione di Bronzetti, composto di poche centinaia d’uomini, a Castel-Morone, ove quel nuovo Leonida aveva preferito morire con tutti i suoi, piuttosto che arrendersi.

Composto per la maggior parte di famosi cacciatori napoletani, già assuefatti a combatterci a Calatafimi, a Palermo ed a Melazzo, quel corpo attaccò furiosamente Caserta, lasciando sul vertice della collina una numerosa riserva, che avemmo pur la sorte di sbaragliare e perseguire sino a Caserta Vecchia.

Con noi, in quel giorno, avemmo la fortuna di avere commilitoni due compagnie dell’esercito regolare italiano, e l’esercito nostro può giustamente andar superbo del loro contegno nella battaglia. Duolmi di non ricordare il nome del comandante e dei corpi a cui appartenevano quei prodi militi. Una delle due compagnie era di bersaglieri. L’esito del combattimento fu dei più felici, e ben pochi nemici poterono salvarsi: ciocchè cagionò anche pochi morti e feriti dalle due parti.