Pareami in sogno al sacro monte in cima
Venir per l’aure a vol, sovr’ali snelle
Tra il coro delle vergini sorelle
Per cui l’uom tanto il viver suo sublima.

(Alfieri).

Tornai sul luogo della mia nascita e gridai: «Gli amici della mia gioventù, ove sono?» E l’eco mestamente rispose: «Ove sono?» ...

Nella fortunata campagna del 60, quando i pezzenti della Democrazia Italiana passeggiavano nei parchi regi, tra i fagiani ed i daini, e tergevano i loro rozzi calzari sui reali tappeti—in una stanza del sontuoso palazzo di Caserta, io sognai di Roma.

Roma! il più commovente, il più prezioso, il più stimolante sogno della mia vita—sempre! perchè sempre innamorato della grandiosa sua storia, ma massime dall’età di diciotto anni, in cui ebbi la fortuna di potere tra le macerie delle immense sue rovine, ispirarmi al gran concetto dell’emancipazione della mia patria e della famiglia umana:—Roma! ch’io visitai imberbe, per mia ventura, e ch’io salutai per la prima volta con affetto d’amante:—Roma! alle cui ispirazioni certamente, io devo il poco operato nella tempestosa mia vita; Roma, infine, il cuore dell’Italia, l’ideale dell’Italia! e che per essere la più preziosa delle sue gemme, fu sì accanitamente conculcata, percossa, oltraggiata da tutte le tirannidi, da tutte le imposture, che, per meglio corromperla, trasformarla, contaminarla, vi posero il loro seggio di serpe! E fecero del più grande dei popoli il più infimo! Roma! per cui questo corpo, oggi cadente, fu forato tre volte. E quando sul Gianicolo fui ferito in un fianco, alla sua difesa, io esultai con me stesso al pensiero di morire su d’un colle sì glorioso e per la santa causa della repubblica.

Era un bel giorno (così il sogno); dall’alto del Campidoglio io assisteva al sorgere del figlio maggiore dell’Infinito[63] che spuntava dalle cime dell’Apennino.

Italia aveva conquistato il suo capo nel nido di vipere che avvelenavano Roma da tanti secoli; era caduto il fulmine, e vi aveva incenerito persino gli acciai degli strumenti di tortura e di roghi. Vi era un governo di tutti e per tutti, non so se lo chiamassero Repubblicano, ma so che il tempio di Temi—della vera—funzionava egualmente per tutti.

Comunque, non era un governo bordello, come quello d’una repubblica vicina nostra. Ognuno, indisturbato, andava per i fatti suoi; soltanto, siccome il putridume e la depravazione di costumi erano menomati sì, ma non scomparsi, essendo recente ancora la caduta dei tiranni, abbisognava una mano forte e volontà ferma per ripulire a dovere la società, ed un savio ed energico uomo era stato eletto dalla maggioranza del popolo con votazione diretta, per aver il fastidio di reggere la cosa pubblica temporariamente.

Egli non aveva leggi scritte: un mazzo di zolfanelli—senza petrolio, come vedremo presto—aveva fatto ragione d’ogni parto di certi famosi legislatori che hanno fatto del mondo una Babele.