La giustizia era da lui amministrata sulla piazza pubblica, e con tempi piovosi, nel maggiore dei templi del mondo, non più consacrato all’idolatria ed alla menzogna, ma ai capilavori dell’arte, ed agli uomini grandi e valorosi, che avevano illustrato l’Italia e sparso il loro sangue per essa.
Egli aveva un solo segretario, e li vidi io stesso ambedue mangiare un pezzo di pane e formaggio, per non lasciar la cattedra, in cui si conformavano di stare anche l’intiero giorno, se occorreva.—Tutto il loro lusso era un bicchiere di vino buono all’ora del pasto, ed acqua nel corrente della giornata.
Una centuria di militi cittadini serviva per fare ubbidire le deliberazioni del savio, giacchè non c’era più in Italia di gente armata, se non che circa due milioni di cittadini che supplivano a qualunque specie di servizio, e le di cui occupazioni diurne erano le officine e l’agricoltura, quando la patria non abbisognava di loro.
Tutta la sequela dei legislatori era stata inviata ad occuparsi di cose utili, e gli sgherri ed i preti, grandi e piccoli, a bonificare le paludi Pontine.
Accanto alle ceneri del nido di vipere e dei rottami ardenti vi si vedeva un altro incendio di cartaccie, a cui i bimbi avevano appiccato il fuoco, e con delle lunghe canne, gli stessi attendevano a spingere nel fuoco i fogli renitenti. Vi si scorgevano le parole: Leggi fondamentali dello Stato: 1º articolo: La religione cattolica apost.... e qui le irrompenti fiamme ne facevano giustizia. In un altro foglio semi-spento, che i ragazzi con più ardore scaraventavano sul fuoco, leggevasi: Imposta sul macinato; in altri: Imposta sul sale; prerogative, privilegi, dotazioni, ordini della Corona d’It....., non so più di che santi; e quei diavoli di fanciulli spingevano tutto ciò nel fuoco con tanto ardore ed accanimento, quanto i reverendi del Sant’Ufficio, in tempi andati, le sventurate vittime dell’Inquisizione.
Dal Capitolino io avevo assistito ad uno dei più solenni spettacoli della natura: il levar del sole, all’aspetto venerando d’un vero reggitore di popolo, sedente sull’antica sedia Curale, nel centro del Foro Romano e dispensando la vera giustizia, non quella del privilegio e del carnefice, come la intendono i moderni Soloni.
Tal quadro era forse impresso nella mia giovine immaginazione, dacchè quarantacinque lustri avanti, io per la prima volta passeggiavo rispettoso ed attonito in quel Foro, ove dettavansi dai nostri antenati i destini del mondo, e vicino, lontano, nella buona o cattiva fortuna, giammai si cancellarono nel mio spirito le impressioni raccolte in quella visita avventurosa.
Dal Capitolino scesi verso il Tevere, passai il ponte che difese Orazio Coclite, e che i preti chiamarono di San Bartolomeo, e m’incamminai verso il Gianicolo in cerca dei tumuli dei nostri Achilli italiani che, contro gli sgherri del Bonaparte sostennero l’onore italiano vilipeso e calpestato da loro.—Tumuli! E chi doveva innalzare tumuli ai superbi difensori dell’orbe? Chi? I preti? i preti, secolari traditori d’Italia, innalzarono tumuli, mausolei ai soldati stranieri che avevano sgozzato italiani, ma che avevano salvato la religione (la pancia agli scarafaggi).
Chi lo aveva da innalzare un sarcofago ai valorosi caduti del 30 aprile, del 3 giugno, dei monti Parioli, di Mentana?—Chi?—I nuovi venuti[64], i ministri del governo italiano?—gli uomini delle garanzie papali?—Ma essi hanno paura di Roma, si sgomentano al solo suo nome, e poi hanno ragione; i pigmei non arrivano a posarsi sulle sedie dei giganti, non si sentono degni di atteggiarsi tra i monumenti della grandezza umana, ove posarono in tutta la loro maestà sublime i padroni del mondo!—Sì, hanno ragione cotesti piccinissimi ermafroditi seguaci d’ogni potere che loro garantisca il ventre, caporioni della setta dei consorti che si ponno paragonare al maiale del Casti:
Qualunque sia governo al porco piace,
Anche a furia che sia di bastonate
Mangiar, bere e dormir lasciato in pace.