No! essi non son degni di sedere in presenza di quel Panteon che fu centro del mondo conosciuto. Essi, tremanti sempre davanti a qualunque prepotenza, non ponno pesare al cospetto di quelle macerie ove prestando l’orecchio s’ode ancora l’eco delle maschie ed eloquenti favelle che parlavano ai figli di Marte quando decidevano se un re dei Cimbri, uno delle Gallie od uno della Mauritania doveva trascinare il carro del trionfatore repubblicano.

Sul Gianicolo, sì! lo trovai un monumento coll’iscrizione: «Audinot ed il valoroso esercito di Buonaparte vincitore degli eretici e salvatore dell’infallibile Dio in terra!» Cotesti bestemmiatori e traditori dell’Italia l’avevano eretto il mausoleo della maledizione! E migliaia d’italiani passavano ogni giorno davanti a quel sacrilegio senza minarlo e farlo saltare in aria.

Ma portento!... mentre era assorto in tante e sì dolorose meditazioni, io contemplai una folla di Romani armati d’arnesi di distruzione che in un momento atterrarono quella nostra vergogna! Poi altri Romani io vidi occupati a disseppellire le ossa dei nostri martiri, e sulle rovine del mausoleo maledetto innalzare un tumulo somigliante a quelli che adornano le pianure di Morat e di Maratona, e lo vidi coprirsi d’una piramide di bronzo che mi sembrò della forma di quella di Cecilia Metella. Sui lati della piramide scorgevansi molti nomi, in lettere cubitali, degli eroi caduti per l’Italia sul maggiore dei sette colli.

Fui ben felice nello scorgere i nomi di quei valorosissimi: Masina, Manara, Montaldi, Mameli, Melara, Ramorino, Peralto, Carbonin, Daverio, Davide, Ceccarelli, Cavallotti, Settignani, Minuto, Pelizzari, i Cairoli, i Franchi, Oziel, Bronzetti, Debenedetti, Montanari, Schiaffino, Ciceruacchio.—Che nomi! dicevo tra me, e mi pavoneggiavo d’essere stato fratello d’armi di quello stuolo di prodi!

Sopra un altro lato della piramide scorgevansi i nomi non meno gloriosi di Ugo Bassi, Mosto, Ferraris, Perla, Imbriani, Rossetti, Rossi, Risso, Molinari, Taddei[65], Tukery, Coccelli[66] e tanti altri nomi di martiri che le venture generazioni pronuncieranno con orgoglio e rispetto!

Salendo la scala marmorea, che adorna al settentrione il palazzo dei Quattro Venti—scala famosa ove morì il prode dei prodi, il bolognese Masina alla testa d’un pugno dei più valorosi assaltando petto a petto i soldati del Buonaparte, già trincerati ed in gran numero nel palazzo—salendo quella scala, io mi trovai su d’un belvedere ove la vista spaziavasi meravigliosamente sulla vasta e deserta campagna romana.

Ma miracolo!... in un istante, invece delle micidiali paludi Pontine, presentavansi agli occhi miei magnifici campi coltivati che mi ricordavano la ubertosa e ben coltivata valle del Po coll’incantevole sua vegetazione.

Invece del deserto, graziosissime cascine con orti verdeggianti ed alberi carichi d’ogni specie di frutta, pianure immense coperte di biade color dell’oro.

E ciò che più mi stupiva nello stato mio di ammirazione, era il brulichìo di gente tutta occupata ai diversi lavori della campagna.

Qui i carri carichi d’ogni ben di Dio e maestrevolmente guidati da preti, dal sacrestano agli eminentissimi; e, ben fissando, scopersi nella folla dei chercuti anche un santissimo padre, non più panciuto e colle pantofole dorate, ma calzato con un buon paio di stivali, snello e robusto che consolava il vederlo. Egli mi sembrava occupato a dirigere i lavori ed a stimolare alcune schiene diritte di quei buoni curati che avevano passato la loro vita tra il fiasco e la Perpetua.