No! La Roma ch'io scorgeva nel mio giovanile intendimento — era la Roma dell'avvenire[3] — Roma! di cui giammai ho disperato: naufrago, moribondo, relegato nel fondo delle foreste Americane!
La Roma dell'idea rigeneratrice d'un gran popolo! Idea dominatrice, di quanto potevano ispirarmi il presente, ed il passato — siccome dell'intiera mia vita!
Oh! Roma, mi diventava allora cara, sopra tutte le esistenze mondane — Ed io l'adoravo con tutto il fervore dell'anima mia! Non solo ne' superbi propugnacoli della sua grandezza di tanti secoli — ma, nelle minime sue macerie — e racchiudevo nel mio cuore — preziosissimo deposito — il mio amore per Roma — E non lo svelavo, senonchè allor quando, io potevo esaltare ardentemente l'oggetto del mio culto!
Anzichè scemarsi, il mio amore per Roma s'ingagliardì colla lontananza e coll'esiglio. — Sovente, e ben sovente, io mi beava nell'idea di rivederla una volta ancora.
Infine, Roma per me è l'Italia — e non vedo Italia possibile, senonchè nell'Unione compatta, o federata delle sparse sue membra!
Roma è il simbolo dell'Italia una — sotto qualunque forma voi la vogliate — E l'opera più infernale del papato — era quella di tenerla divisa, moralmente e materialmente![4].
CAPITOLO IV. Altri viaggi.
Alcuni viaggi ancora io feci con mio padre — quindi un viaggio a Cagliari, col Capitano Giuseppe Gervino, brigantino Enea.
In quel viaggio fui spettatore d'un tremendo naufragio — la di cui memoria mi rimane incancellabile.
Al ritorno di Cagliari, erimo giunti sul capo di Noli e come noi, vari bastimenti, fra i quali un felucio catalano.