Chi è occupato a fare la storia, non si preoccupa intorno alle minuzie per prepararne la lettura agli altri. Così, talvolta, le parole nelle Memorie non sono le più appropriate ad esprimere la sfumatura del pensiero; e framezzo a tutto, traspare, deliziosamente ingenua, una pretesa di letteraria eccellenza. I grandi sono tutti così; e fin da Salomone emerge cotesta auto-inscienza. Nessuno toglieva dalla mente di Federico il Grande la persuasione di innalzarsi sui contemporanei, sopratutto come scrittore e filosofo; nè a Bismarck ch'egli fosse il più dotto degli agricoltori e uomo di spirito fine e coltivato; nè a Richelieu che in fatti di strategia avesse l'intuito del genio, lo sguardo d'aquila: così in Garibaldi era nata e cresciuta la persuasione di avere singolari attitudini letterarie.
Nella prima edizione del volume, pubblicata dal Barbèra, compilata da un benemerito patriota, amicissimo del Generale, che da breve tempo, fra il generale rimpianto, ha raggiunto la forte generazione con cui a lungo operò, Adriano Lemmi — in quella edizione le Memorie sono, per così dire, vestite un po' a festa. Dove erano errori furono corretti; emendata la punteggiatura, raddrizzata la frase, steso un velo sulle mende di forma che troppo sfacciatamente si facevano innanzi. Non fu, a mio avviso, velo pietoso, sebbene steso da mano amante ed amica, e con sincero e riverente pensiero d'affetto: fu errore. La prosa di Garibaldi, per quanto si voglia pettinare, sarà sempre incolta e difettosa, sia lodato il Signore! Nè da lui altro era da aspettarsi. Meglio, dunque, le mille volte, non cercare di mascherarne le mende, come fa il maestrucolo di disegno colle provucce dei suoi esaminandi: vada, dinanzi agli occhi dell'Italia, del mondo intero, la prosa dell'Eroe qual'è, quale sgorgò dalla sua mente, quale tracciò la sua penna negli intervalli brevi nei quali la spada rimaneva nel fodero o le gloriose ferite lo confinavano a letto; vada quella prosa, nella sua rozza semplicità, evocata dal cuore e dalle reminiscenze di una vita di avventure degna della Tavola Rotonda. Toccarla è alterarne la poesia; è voler togliere di dosso all'uomo il leggendario poncho, la camicia rossa e mettergli la marsina e la cravatta bianca delle persone per bene quando vanno in società. Chi cerca in Giuseppe Garibaldi lo scrittore, il letterato; chi non capisce che i difetti stessi della sua penna rialzano la eminenza della sua gloria, non hanno mai visto o capito di quali foglie, nel Panteon della Storia, s'intrecciano le corone di lauro che la posterità riconoscente depone sulla fronte dei grandi benefattori dell'umanità. Essi hanno il gusto pettinato e profumato dal parrucchiere di moda, ed amano gli elci e le quercie coltivati in vaso, perchè così possono figurare degnamente fra i mobili del loro salotto.
Insieme a pochi altri, pochi assai della storia contemporanea, Giuseppe Garibaldi s'erge sul piedistallo della immortalità, e dinanzi sfilano le generazioni riverenti, in ammirazione crescente, man mano che i fatti leggendari s'allontanano. Come per i mezzi toscani che a preferenza fumava ed offriva a chi gli era vicino, così per la forma più o meno linda entro cui vestiva il pensiero, la luce radiosa entro cui risplende la figura leonina non s'altera nè s'attenua; come non s'attenua, anzi più rifulge, dinanzi alle tristi polemiche che si accendano intorno al santuario degli affetti suoi più intimi: è la luce degli atti suoi, dell'eroismo, del magnanimo disinteresse, delle mai smentite aspirazioni nobili, pure e generose, che lo illumina: nè mende di stile, nè tampoco mende di uomini valgono ad offuscarla.
Dell'Eroe si riproducono qui tre fotografie. Quella dei tempi del Rio della Plata, quando sfavillava d'entusiasmo giovanile; quella del 1849, quando, condottiero delle forze della Repubblica Romana, nello zenit del suo prestigio virile, condusse i suoi legionari alla vittoria del 30 aprile, alla difesa eroica, alla ritirata epica; quella infine della maturità, ad Aspromonte, a Mentana, a Digione, quando per fede, volontà, entusiasmo sfolgorava di giovane ardore attraverso il declinare degli anni. In quel ciclo dei quarant'anni, da quelle fotografie rappresentato, è la vita, son le memorie imperiture del campione glorioso della libertà.
Le Memorie sono un'opera pensata, l'ultima redatta in forma definitiva dal Generale. Che fosse in mente sua raccogliere fin dai primi anni della vita avventurosissima i suoi ricordi, emerge dal lavoro stesso, dalle note su cui è steso. Talvolta il pensiero primitivo, registrato sommariamente nei primi anni, subisce variazioni nella forma: l'appendice ultima porta la data: Civitavecchia 25 luglio 1875. Niun dubbio che si tratti, in mente sua, di un testamento storico e letterario, consegnato ai contemporanei ed alla posterità. Il manoscritto è tutto a penna, quasi senza una cancellatura od una correzione, la diligente copia di una minuta; e quella minuta, in lapis, esiste; è fra i documenti alla biblioteca Vittorio Emanuele, attestando, nella sua evidenza, tutto l'amore, tutto lo studio posti da Garibaldi a dare impronta precisa al suo pensiero. Dalle note, redatte o scarabocchiate nell'uno o nell'altro emisfero, alla minuta, dalla minuta al manoscritto che serve alla stampa, il processo di elaborazione si svolge semplice e chiaro sotto gli occhi nostri.
Abbondano i giudizi e le impressioni su di uomini e di eventi; nè altrimenti poteva essere in chi fra tanti uomini ed eventi aveva vissuto, cercando di guidarli verso gli alti fini ai quali aveva consacrato l'esistenza. Coteste personali osservazioni, espresse attraverso la narrazione, saranno tutte dalla storia convalidate, ovvero, quando franchi la spesa, da essa subiranno rettifica, laddove influenze esterne o predisposizioni interne valsero a velare od a contraffare in parte il vero? Comunque ciò sia; si confermi o si modifichi questo o quel giudizio, resta e resterà sempre intatto ed intangibile quanto egli scrive nella prefazione: «Nell'apprezzamento del merito individuale di ognuno che mi fu compagno — non pretendo certo all'infallibilità — e se commisi errore — ripeto: fu involontariamente».
Dissapori, dispareri, malintelligenze non di rado sorsero fra Garibaldi e Mazzini: sugli eventi, sull'attitudine da assumersi v'era spesso divergenza di apprezzamento, e il giudizio di quegli su questi, espresso nelle Memorie, è duro ed ostile. Giustificato? Allo storico imparziale il pronunciarsi, non all'editore; ma è lecito esprimere la convinzione che in parte quelle divergenze si sarebbero evitate o non avrebbero durato qualora i rapporti fra i due fossero stati sempre diretti e personali, non turbati dall'opera di intermediari che artatamente od inconsciamente il pensiero dell'uno o dell'altro coloriva col proprio. E quando, tolte le occasioni di malintesi, avessero di conserva agito, le sorti d'Italia sarebbero quali oggi sono?
Così nelle relazioni fra Vittorio Emanuele ed il Generale. Ancor là le politiche e le politichette, i generali vecchio stile, come il calendario russo, che potevano invidiare non capire quel fulmine di guerra, gli uomini di Stato, devoti al Regno piemontese, troppo devoti perchè il loro sguardo potesse spaziare qua e là, abbracciare l'Italia tutta: questi e quelli, intromettitori e confidenti, non confusero, non turbarono, nei momenti più critici, i rapporti fra quei due grandi fattori della unità? E, se questi rapporti fossero stati limpidi, diretti, ininterrotti, le sorti delle guerre, le sorti del paese sarebbero state quali erano, sarebbero quali sono?
L'uno e l'altro sono punti interrogativi su cui noi, della generazione vicina al tramonto, non possiamo dogmatizzare; sono troppe le correnti che sviluppa il pieno della vita vissuta, perchè non ne siano alterati gli strumenti di precisione nell'osservatorio della nostra intelligenza; sono troppo vicini gli uomini e gli eventi per poterli dall'alto collocare nel nostro campo visivo e dare ad ognuno il posto ed il peso che ebbe nel risolvere od attraversare le battaglie del Risorgimento nostro: è còmpito della storia. Finito il giuoco, scomparsi per sempre i giuocatori, le simpatie, le antipatie che le loro personali relazioni svegliavano e determinavano, dirà chi esaminerà serenamente i ricordi dei tempi e da essi saprà desumere quali mosse assicurarono agli uni la vittoria, per quali errori od imprevidenze gli altri furono disfatti.
Roma, 20 maggio 1907.