Dove, peraltro, colle migliori intenzioni, non è lecito la intromissione della mano altrui — dove nè modificazioni, nè chiose, nè compendi sono consentiti — dove l'alterazione della forma o di parte della sostanza assume quasi aspetto di sacrilegio, mancanza di rispetto alla memoria del pensatore ed a quanti vorrebbero conoscerne il pensiero, offesa alla accuratezza storica ed all'inviolabile diritto di autore, è nella pubblicazione di memorie o di autobiografie lasciate da coloro i quali hanno conquistato il diritto di essere ricordati da' posteri; sopratutto quando siano tali da appartenere alla storia, e competa quindi alla storia di giudicarli, non attraverso le chiose, le manomissioni e le considerazioni dei contemporanei, ma dai loro atti, dai loro scritti, ove consegnarono il loro pensiero, perchè ai posteri potesse essere trasmesso. Alterare di una riga quel testamento in cui il grande dispone della sua eredità morale, equivale e supera l'alterare o stornare, in tutto od in parte, la erogazione, secondo la volontà esternata, dei suoi beni materiali.
Le edizioni diplomatiche, ogni giorno più numerose, di memorie e di autobiografie attestano più generale consapevolezza di queste evidenti considerazioni, ed hanno inoltre l'enorme vantaggio di dare allo studioso ed al lettore sicura guarentigia di avere dinanzi a sè inalterato il pensiero dell'autore, quale da lui venne formolato, e non quale possa apparire più corretto attraverso l'altrui mentalità, ritoccato, limato, accorciato od allungato per soddisfare agli scrupoli dell'altrui coscienza storica o letteraria.
Sopratutto per le memorie di Garibaldi, l'obbligo di seguire quel sistema s'impose, tanto più quando si ebbe la fortuna singolare di possedere l'autografo da lui ritenuto ed affermato definitivo; autografo redatto, rivedendo e correggendo le precedenti sue note e memorie, poco tempo prima ch'egli scendesse nella tomba. Così scrisse, come Egli afferma, per la storia, e la storia ha diritto di sapere quello ch'Egli scrisse.
Un giorno venne a trovarmi un amico con una cartella sotto il braccio. Era Ferruccio Prina. Mi è grato così ricordarlo, così denominarlo ora, dopo i tristi rovesci subìti.
Il padre suo, repubblicano genovese del vecchio stampo, di quei che non conoscevano Mazzini sotto altra denominazione che quella di Pippo, fu amico fedele di Maurizio Quadrio: del Valtellinese dal carattere forte come l'intelletto, dal cuore sensibile ad ogni gentile ispirazione, ad ogni umana pietà, maestro mio, fin da quando, per sbarcare il lunario magrissimo attraverso stenti e digiuni, mi dava, fanciullo di 11 anni, a Londra, ripetizioni di latino e di francese.
Veniva dunque il Prina per dirmi di avere acquistato un autografo di grande valore, nientemeno che quello delle memorie di Garibaldi; e, aprendo la cartella, mi spiegò sotto agli occhi le 673 pagine coperte colla nitida e caratteristica calligrafia del Generale, ereditata fedelmente con altre qualità da Menotti. Assorbito negli affari, soggiunse, non voleva tenere quel documento; desiderava che l'accettassi io, che avevo già cominciato a raccogliere manoscritti riferentisi al Risorgimento. Accettare un dono di tanta importanza, che costava al donatore una somma ragguardevole, era difficile; rifiutarlo più difficile ancora. Trovai una via di mezzo: accettai, alla condizione che il prezioso manoscritto dovesse unirsi agli altri, con atto regolare da me trasferiti allo Stato e, per esso, al futuro Museo del Risorgimento Nazionale.
Così fu combinato. M'affrettai a comunicare al ministro l'aggiunta preziosissima che così s'era fatta alla mia raccolta. Soltanto pensando, fin d'allora, al vicino centenario della nascita di Garibaldi, parve a noi opera utile ed omaggio a Lui degno, il ripubblicare quelle Memorie, offrendone copia alle maggiori biblioteche d'Italia, a fin che così fossero accessibili a tutti gli studiosi.
Ripubblicare le Memorie; ma ripubblicarle con scrupolosa osservanza del testo nei più minuti particolari.
Giuseppe Garibaldi, l'Eroe di Due Mondi, era uomo di azione. Dove v'era da sostenere la causa della nazionalità e della libertà, là fiammeggiava la sua lucente spada, segnacolo agli oppressi. Egli, nato alla nobiltà del sentimento, assorto per irresistibile vocazione all'eroismo, non aveva, da ginnasio a liceo, da liceo a università, speso la fresca gioventù, d'ideali assetata, a guadagnarsi diploma da dottore: la laurea l'aveva conseguita a bordo della sua nave, a cavallo, sulle sponde del Rio de la Plata. Partiva per il glorioso viaggio attraverso la vita, munito di scarso bagaglio letterario, nè ebbe tempo ed opportunità di accrescerlo gran fatto per istrada.
Al contrario di tanti compatrioti che, nella breve carriera, seppero scalare i più alti uffici ed illustrarsi per breve tratto nel mondo del sapere e della politica; di coloro le cui figure, innalzate su cataste di carta, spariscono, logorate e disfatte dal tempo, l'azione gli era spontanea. Consegnarne il ricordo alla stampa in bella e levigata forma, perchè giganteggiasse dinanzi agli occhi dei contemporanei e fruttasse plauso e ricompensa, non era nella sua natura, nè nei suoi mezzi. Lo stile suo, dalle molte mende, è il riflesso dell'uomo: frasi brevi, dettate militarmente, e secondo le esigenze del momento; un tratto di penna per separarle, una punteggiatura cacciata lì un po' all'azzardo; talvolta errori di ortografia, che dimostravano come, tra libri tascabili, quello a cui meno teneva, era il dizionario.