Altro esempio. In America, come a Londra, e come oramai in tutte le grandi città d'Europa, i Clubs, già un tempo destinati a solo trattenimento serale e notturno, vennero a poco a poco diventando quasi alberghi privilegiati, dove i soci possono passare l'intera giornata, attendere agli affari, desinare e all'occorrenza trovare alloggio fornito. In New-York sono elegantissimi: l'Union Club, il Manhattan Club, l'Athletic Club ed in modo speciale, vale a dire più d'ogni altro meticoloso nelle ammissioni dei nuovi soci, il Knikerbocker Club. Ma tutti questi da un maggior fasto in fuori, non sono dissimili dagli europei. Bisognava bene che la smania gaudente degli americani ne escogitasse uno di nuovo conio e questo fu il Club di Toxedo Park che in New-York stessa è noto solamente a pochissimi raffinati.
Toxedo Park in Pensilvania è una grande distesa di terreni dove sono raccolte molte e varie bellezze naturali. Solcate da acque perenni, abbellite da un lago e da colli boscosi ridentissimi, quelle terre furono comprate trenta o quarant'anni or sono da un ricco signore di New-York il quale contava forse di fondarvi una nuova città. Così suppongo, perchè così usa di frequente negli Stati Uniti; ma o sia errata la supposizione o fallisse l'impresa, fatto sta che la città non sorse, e le bellezze naturali non furono deformate. Se non che, l'uomo, già straricco, non voleva mettersi a dissodar terreni, nè vendere a spizzico quanto aveva acquistato in blocco e d'altra parte, una villa in così immensa proprietà sarebbe riuscita desolata come una trappa. Dopo alcuni anni di infruttifero possesso, gli amici vennero in aiuto al compratore.
Egli mettesse i terreni, essi avrebbero edificato la casa, dove tutti insieme sarebbero convenuti con pari diritti a villeggiare. Così nacque un Club campestre che a pensarlo appare il non plus ultra del genere. Ogni socio vi ebbe alloggi spaziosi e liberi per sè e per la famiglia e proprie scuderie e rimesse, senza contare quelle fornite ad uso collettivo, dalla comunità. Saloni comuni per i pranzi, i giuochi, il conversare, le feste; biblioteca, farmacia, servizio medico, ufficio postale e telegrafico e quanto altro il lusso e la raffinatezza possano imaginare, tutto fu nel nuovo club apprestato con larghezza di Nabab o di sultani. Come di ragione, un tale Eldorado fece gola a molti e fioccarono le domande di ammissione, tanto più che le linee ferroviarie avevano avvicinato i luoghi a New-York, donde coi treni direttissimi si può giungere a Toxedo Park con un'ora e mezzo di viaggio, quanto occorre per recarsi da un capo all'altro della città. Il numero dei soci fu accresciuto, e gli edifici furono ordinati a dimora permanente. I sociologhi ed i moralisti potranno esaminare se tale continuità di vita collettiva, intesa di continuo al godimento ed escludente ogni intimità domestica, non debba alla lunga inaridire gli animi ed intristirvi il fiore dei sentimenti delicati; ma oramai molta parte della società gaudiosa, suole anche in Europa, dimorare dieci mesi dell'anno negli alberghi e considerare la casa quale luogo di passaggio. Ad ogni modo, al punto di vista del piacere immediato, Toxedo Park non lasciava nulla a desiderare. Ci voleva proprio l'incontentabilità degli americani per viziarne, a studio di maggiori delizie, l'ordinamento. Cominciò un socio a volersi fabbricare una villa tutta sua in luogo a lui gradito entro i confini della comune proprietà. L'idea piacque a tutti, ma convenne per attuarla, deliberare la serrata della società ed inibire ulteriori ammissioni. I soci erano, non ricordo se trenta o quaranta: si decretò che non ne dovesse entrare più nessuno. E avanti a fabbricar ville, serbando il primo edificio a ritrovi collettivi. A primo aspetto, la trovata par deliziosa; ma a rifletterci! Al Club non ci si affeziona, o almeno non tanto che s'abbia a provare un grave rammarico nel ritrarsene quando la compagnia non ci torni gradita. Invece, la casa ideata da noi e venuta su sotto i nostri occhi e informata ai bisogni della nostra famiglia, della quale rispecchia l'indole e le abitudini, diventa, in breve, parte di noi stessi ed oggetto di un amore pieno di tenerezza nel possesso e di dolore nell'abbandono. Già il sapere che altri può vantare su di essa se non proprio un diritto di proprietà, almeno una ragione che limita la nostra proprietà e non ci lascia disporne a nostro talento, deve essere causa di continue punture. E poi, la convivenza con un numero fisso di persone e sempre quelle, può durare piacevole anni ed anni, ma può anche diventare domani, e diventerà certo col tempo, uggiosa e tormentosa. E il non poterla evitare affretta ed accresce l'uggia ed il tormento. Tutti siamo esposti alle vicinanze moleste, ma è raro che il fastidioso vicino sia comproprietario del nostro giardino ed erede necessario della nostra casa quando l'avversione che egli ci ispira ci inducesse ad abbandonarla.
È certo che alla seconda generazione, i soci di quella fantasiosa società, daranno del gran filo da torcere per intricati interminabili litigi ai giudici americani. Il troppo stroppia. La mia villetta umile e lontana dalle genti, può vantare su Toxedo Park l'immensa superiorità di non averci intorno quaranta vicini in possesso ognuno di un quarantesimo del diritto di venirmi a seccare.
CAPITOLO IV.
I Bars e l'alcoolismo.
I Bars (spacci di liquori), sono nelle grandi città degli Stati Uniti, così frequenti come da noi i caffè e le osterie, ma più frequentati. Gli avventori vi passano e si rinnovano di continuo. I Bars più eleganti sono annessi ai grandi alberghi. La piazza chiamata: Madison square che è il centro mondiale di New-York, ne conta due fastosissimi; quello del Fifth avenue hotel (albergo del quinto viale) e quello dell'Hôtel Hoffman. Quest'ultimo è costato, dicono, 100 mila dollari, cinquecento mila lire. Ha un salone solo, non amplissimo, ricco di celeberrimi quadri, fra i quali, protetto da un baldacchino che lo fa sembrare una pala d'altare curiosa in tal luogo, uno vantato per opera del Correggio. Nel centro, sorge un pilastro rivestito di scaffali pieni di bottiglie intorno al quale, oltre lo spazio riservato ai giovani di bottega, corre in cerchio la tavola del servizio. Lungo una delle pareti, sta un banco per la vendita dei sigari e lungo un'altra una tavola fornita di sostanziose ghiottonerie. Nello spazio libero, pochi tavolini e poche seggiole. Gli avventori bevono ritti e sostengono ritti, dal primo al penultimo, tutti i gradi della sbornia. All'ultimo chi ci arriva, provvede il pavimento sul quale il bevitore s'abbioscia per morto.
Il luogo, anche nell'ora della maggior ressa, è silenzioso. Gli americani sono più parchi parlatori che bevitori, e sembrano discorrendo fra loro, confidarsi continui secreti. I loro organi vocali danno in note basse e la lingua inglese si presta a meraviglia al parlare fra le labbra che non risuona ed alle proposizioni elittiche che fanno i dialoghi rapidi e brevi. Dal banco, non esce voce in tutto il giorno. Colla bibita richiesta, vi porgono una tessera dove ne è stampato il prezzo, ond'è rimossa ogni occasione di parole coi garzoni. Le ghiottonerie sostanziose non sono poste in vendita, ma offerte gratis agli avventori. Tutti gli spacci di liquori in America danno per soprappiù della bibita qualche boccone, a stimolo della sete ed a ritardo dell'ebrietà. Negli infimi stanno sul banco due ciotole piene l'una di pane sbocconcellato e tostato e di scheggie di cacio l'altro. A mano a mano che il Bar si fa più elegante, cresce la copia e la qualità di questi aiuti al bere. I primari imbandiscono: rostbeaf, salumi, caviale, pesci, pasticcini e certe insalate fantastiche veramente squisite. Il Bar dell'Hoffman house, ammanisce due volte al giorno un lunch nutritivo e ghiottissimo. Non si pagano che le bibite. Chi entrasse e pasciutosi si astenesse dal bere, ne uscirebbe senza por mano alla borsa. Ma la fede pubblica è in New-York così esemplare, che al solo sospetto di una tale soperchieria, si riconoscerebbe il forestiero, anzi l'europeo. Non vi sono forse certi servizi d'omnibus sprovvisti di fattorini? I passeggieri salgono e scendono senza che nessuno richieda loro il prezzo della corsa, che un salvadanaio nell'interno della vettura è destinato a ricevere. Le piccole cassette postali disseminate in gran copia per la città, portano sul piano superiore una minuscola ringhiera che ne fascia gli orli. Quando la cassetta è piena che di più non capisce, chi vuole impostare, in luogo di cercarne un'altra, depone le lettere ed i giornali su quel piano, a portata della mano della folla. E se così usa è segno che non nascono guai. Ordinamenti civili fondati sul presupposto della probità universale, mentre segue proprio il rovescio in casa nostra.
A chi arriva d'Europa, quel mangiare a ufo, dà sulle prime un certo senso di noia. Viene fatto di cercare intorno chi ringraziare e, non trovandolo, di ordinare ad alta voce la bibita venale e sanatrice, che non s'avesse a pensar male. Ma non pensa male nessuno e fate pur conto che il padrone non ci rimette. All'Hoffman bar la più semplice delle bevande, dall'acqua in fuori, costa 25 centesimi il bicchierino. Poco a unità di lira, molto a unità di dollaro. Il centesimo del dollaro vale un soldo e più. Non dico che quando uno si satolla ci rimetta, ma nessuno entra in quei luoghi per satollarsi. Gli alcoolisti non toccano cibo, gli altri ci capitano spinti dalla sete e non vedono l'ora di rinfrescarsi; se dopo il primo bicchierino, le ben disposte leccornie li invogliano ad uno spuntino, questo a sua volta li adesca a ribere, e due bevute pagano il lunch.