Già, nel primo soggiorno in America, quel nostro riferire i centesimi alla lira invece che al dollaro, è cagione di ingrate sorprese alla chiusa dei conti serali. Le piccole compere si moltiplicano in modo rovinoso. Un oggetto che da noi costa tre lire, è segnato in quelle vetrine: 75 cents. Che bazza! È così bello e finito che non più. Subito entrate a comprarlo, se anche non vi occorre, per non perdere l'occasione. Chi porge la moneta di un dollaro, tanto tanto s'accorge che il resto è un po' magro, ma chi paga con un biglietto di due, di cinque, di dieci dollari, tra la difficoltà di fare il conto e la vergogna di apparire novizio e la fede, la giusta fede della probità americana, intasca i copiosi spezzati e si gode uscendo, la beata illusione di un buon mercato eccezionale. Fragile gioia e costoso ammaestramento. E la lezioncina si rinnova al ritorno in Europa, dove, sulle prime, poichè si stette tanto tempo guardinghi per via di quel dollaro benedetto, il saper ridotta ad un quinto l'unità di moneta vi fa allentare la sorveglianza ed allargare la mano oltre misura. Così viaggiando s'impara e si sa che i buoni maestri costano caro.

Torniamo al Bar, dove si affolla innanzi l'ora del pranzo la società fiorita di New-York. Veramente fiorita, perchè l'uso di portar fiori all'occhiello è laggiù più comune assai che in Europa. Durante il mio soggiorno usavano i grisantemi che costavano, quelli doppi, un dollaro l'uno, come un dollaro l'una costavano le rose. Quegli uomini alti, robusti, elegantissimi e così regalmente infiorati, sono davvero belli e nobili. Esprimono al portamento una fierezza non priva di grazia; stanno eretti sulla persona, ma non impettiti, ritti, non irrigiditi, il loro saluto è dignitoso ma non asciutto, sono parchi di parole, ma non ammusonati. Ne è pieno il salone del Bar e l'atrio dell'attiguo albergo ed il larghissimo marciapiede all'aperto sulla piazza. In quell'ora diurna una sorsata basta alla sete degli avventori. Avviene bensì di notare qua e là qualche occhio appannato e qualche andatura meditata, ma sono casi rari e ad ogni modo, di vere cotte non appaiono traccie.

E non mi occorse nemmeno di avvertire in quei bevitori, l'abito alcoolico che si mostra a indubbi segni, anche quando chi ne è posseduto rifugge dal bere. Presso di noi, i bevitori tradiscono il vizio anche nei momenti di deliberata misura. Nell'atto in cui è loro mesciuta la sola bibita che si consentono, e più nel recarla alle labbra, il loro occhio brilla per cupido accendimento. È uno sguardo carezzevole e prelibatore pieno di tenerezze rattenute e frenato da propositi eroici. E quando rimettono vuoto sulla tavola il bicchierino che centellinarono deliziosamente, si capisce che la tentazione e la resistenza stanno sul filo della loro volontà in equilibrio instabile. Cansano gli sguardi del tavoleggiante per non essere indotti in peccato; posano il calicino sull'orlo del banco senza ritrarne la mano, tanto per indugiare la decisione: nessuno può dire se lo porgano per averlo ricolmo o se lo depongono sazi. Deciderà l'oculatezza del giovane di bottega o il Dio supremo dei bevitori e dei giuocatori: il caso.

Nulla di simile segue di quegli uomini poderosi, nei quali primeggia sempre, sia volta al bene o al male, la maggiore delle forze virili: la volontà consapevole. Al tono con cui ordinano la bibita predinatoria, si capisce che quella sarà l'unica di quell'ora, come al tono con cui ordineranno più tardi la prima delle serali, si capirà che ne verranno delle altre molte.

Chi s'appostasse presso il banco di un Bar nelle ore diurne sarebbe indotto a credere che la strombazzata incontinenza alcoolica degli americani sia una fiaba; chi ci capitasse alle dieci di notte, ne indurrebbe il disfacimento finale della razza americana. Contemperando le due impressioni opposte, ne esce pur sempre un senso di inquietitudine rispetto all'avvenire e di stupore malinconico rispetto al presente, ma insieme di ammirazione per la energia volitiva, la resistenza fisica di quel popolo. Dicono infatti che a differenza dei nostri, gli alcoolisti americani poichè passarono la notte intera piombati nella attonitaggine alcoolica, si trovano all'alba desti e destri a lavori di computo minuziosi e severi. Gli impiegati delle dogane, vegliano tra il Gin ed il Whisky, ma ne scuotono ad ora fissa il torpore ed ammammolati al discorrere sono acutissimi a far conti. Conobbi laggiù un uomo di molti e grossi affari, un impresario teatrale più volte milionario a milioni di dollari, generalissimo di un esercito danzante, cantante, suonante e recitante, scaglionato in parte nei vari Stati dell'Unione, in parte accantonato nei presidi teatrali d'Europa e navigante, in parte, a sue spese, attraverso l'Oceano, il quale fino dalle dieci della mattina sapeva d'alcool come un carettiere. E seguitava l'intera giornata e la sera, a tracannar liquori ed a fumare sigari inverosimili, il che nulla gli ottenebrava la mente che mostrava ad ogni occorrenza pronta ed accorta ad affari disparati e ferma a subite decisioni. Lo vidi attendere alle prove di un'opera in musica spettacolosa. Sedeva in platea coll'aria cascante di un apopletico, le labbra sporgenti per reggere al peso del grosso avana, ma sonnolento all'aspetto e tardo al parlare ed al gestire, aveva l'occhio ad ogni cosa: agli attrezzi, alle scene, al vestiario, ai cantanti. Ogni cinque minuti gli erano attorno i suoi commessi a parlargli piano all'orecchio, a dargli lettura di un telegramma, a fargli firmare una carta, ed egli passava d'una persona all'altra e d'una in altra faccenda, senza tradire nè sforzo, nè impazienza, nè stanchezza. Di quando in quando usciva dalla sala, e fattosi nell'atrio, imboccava la porticina del Bar annesso al teatro, dove gli mescevano, al primo vederlo, il consueto bicchierino.

Ricordo una notte che viaggiavo in sua compagnia nel suo magnifico vagone privato, una vera palazzina su ruote con due camerette padronali, una per i domestici, una cucina, un salone da pranzo ed un salottino da studio. Dopo una cena squisita inaffiata di Champagne, ch'egli non beveva perchè a tavola era astemio, ci eravamo ridotti nel salottino a discorrere. Parlava lento, con voce bassa alquanto nasale, ragionando in termini commerciali dello stravagante e pittoresco mondo degli artisti di teatro. Le grandi attrici, i virtuosi di fama mondiale, le cantanti principesche, le ballerine, le mime, tutta quella gente vertiginosa, piena di esaltazione, di seduzione, di sessualità e di peccato, passavano ne' suoi discorsi come elementi numerici di operazioni aritmetiche, si riducevano quasi a derrate trafficabili delle quali egli conosceva, i luoghi di miglior produzione e di più fruttifero consumo. E tra un'attrice e una cantante, tra una stagione teatrale in Boston ed un concerto a Filadelfia, erano grosse sorsate di Whisky che ingollava dalla fiaschetta tenuta a portata di mano sul tavolino. E bevi e bevi! Non m'esce dalla memoria quel vagone sontuoso, quel treno fuggente nella notte e sprizzante scintille che andavano ad incendiare le alte erbe sui margini della strada e quell'uomo contegnoso, briaco e sensato ed il suo ragionare da contabile.

Una volta, alla ventesima bevuta forse, accennai sorridendo a levargli di mano la fiaschetta e arrischiai il dubbio che il troppo bere gli potesse nuocere. Mi rispose con affabile sicurezza:

— Provatevi a propormi un affare e vedrete se ci vedo chiaro.

A un punto lo credetti vinto. Le parole che gli venivano sempre più lente, gli morivano sulle labbra e lo vidi assopito cogli occhi aperti. Le scosse del treno, lo sballottavano come un corpo inerte che non seconda i movimenti. Teneva, rammento, le mani posate aperte sulle ginocchia quasi a puntellare il busto che non cadesse all'avanti. Così ciondolava sui fianchi. Provavo un senso di inquieto disgusto, e già stavo per andarmene nel salone accanto, quando sentii i freni a mordere le ruote ed il treno fermarsi brusco. Entrò un moro fattorino della stazione, con un dispaccio. L'impresario subito desto, lo aperse, lo lesse, cercò sul tavolino un modulo telegrafico, vi scrisse rapidamente cinque o sei righe e lo consegnò al moro che lo facesse spedire. Come il treno fu in moto mi disse:

— Ho scritturato Tamagno.