È chiaro che la noia delle minute brighe che ricorrono nello attraversare le stazioni non è punto attenuata dallo attendervi in locali tutti marmi, affreschi e dorature, anzichè sotto una tettoia ischeletrita e nuda come la baracca di un accampamento. Ed è chiaro del pari che il viaggiare in vetture spaziose, alte, bene aerate l'estate, bene riscaldate ma non soffocanti l'inverno, il potervi sgranchire le gambe camminando su e giù, per via di passaggi coperti, quanto è lungo il treno, lo stare coi fumatori quando fumate, ed il passare in più spirabil aere quando avete smesso, il mutare di posto e di vicini, l'avere sempre in ogni vettura, ad ogni momento, a portata di mano, un bicchiere d'acqua pura e ghiacciata, il potere scrivere lettere e telegrammi su carta e con penne ed inchiostro forniti dalla azienda ferroviaria ed impostarli affrancati mentre il treno corre, sicuri che alla prima fermata, fosse d'un minuto, essi saranno debitamenti raccolti ed avviati al loro destino, il trovare all'ore prefisse e senza dovercisi strozzare per la fretta, nè scendere di carrozza, e non cari, i pasti quotidiani, e la notte, senza squattrinarsi dei letti dove dormir fra le coltri, e la mattina un buon lavabo rinfrescatore, ed allo scendere, un moro che vi spolvera e spazzola i vestiti, sono altrettanti positivi e ponderabili accrescimenti di benessere.
Questo Parlor-car dove sto scrivendo ha due scomparti. Uno, il maggiore, dato al conversare, l'altro allo scrivere ed alla lettura. Qui scrivanie fisse e sedie giranti come alle tavole dei piroscafi, là poltrone mobili che i viaggiatori dispongono a piacimento, o appartandosi a goder le vedute, o in circoli serrati per conversare, e tavolini leggieri per servizio di caffè e di liquori. Libri, giornali, riviste illustrate sparsi intorno a profusione. Gran lastre di cristallo formano i fianchi del vagone, onde par di viaggiare all'aperto.
Bello e maestoso l'Hudson, largo quanto il lago di Como, corrente fra piccole montagne frastagliate da mille seni, piombanti qua e là a picco nell'acque, coronate di foreste impenetrabili, spianate sui fianchi da morbidissimi prati. È il mese d'ottobre. Le foreste hanno un rosso colore di fiamma viva, assai più ricco e fastoso del nostro giallore autunnale, e così robusto che sembra esprimere la pienezza vegetativa della giovane estate. Si direbbero oleandri o rododendri in fiore. Sotto il cielo verdognolo del crepuscolo, sui prati smeraldini, sull'acque grigie e rotte, quella gagliarda fronda purpurea, rende come bagliori di incendio. Ai nostri occhi è un paesaggio inverosimile ed eccitante. Nel fiume ondoso come laguna in tempesta, vanno e vengono di continuo vapori, velieri, zattere macchinose per enormi cataste di alberi e guizzano temerarie barchette. Fischi, rombi, squilli, grida, voci, echeggiano di continuo nell'aria. Sulla riva opposta del fiume, passano ogni dieci minuti convogli interminabili, dal pennacchio fumoso che sale pei colli e si lacera e svanisce nelle rosse fronde. S'avventano nei tunnel, ne sbucano, s'imbattono fuggenti per opposti versi, salutandosi con rauchi ruggiti rabbiosi. Sui promontori, o sulle spianate del monte qualche villa a guglie dorate, o gruppi di alberghi imbandierati. Nessun casolare e pochi villaggi, e quei pochi, distesi allineati in desolata uniformità, le case a dado, tutte d'una forma, di una misura e d'un colore, altrettante vite individue, senza comunione di vita. In una stradicciuola fra i prati, vedo camminare un uomo alto, ed un ragazzino di otto anni forse, tenendosi per mano: s'avviano verso una fila di case schierate a mezza costa ed hanno l'aria di dimorarvi tanto ci vanno con passo posato ed abitudinario. A chi attraversa come io faccio, in gran furia, un paese lontano ed ignoto, tali sprazzi di vita intima e tranquilla, fanno un senso di malinconica meraviglia. Qui poi al paese intorno manca ogni aspetto domestico. La campagna solitaria non mostra visibili traccie dell'opera agreste; non domata, non ingentilita dalle colture, non scompartita in poderi, non rigata dai solchi, essa esprime la solennità augusta delle forze primitive.
L'americano è in viaggio accostevole, facile e piacevolissimo compagno. Non importuno ad attaccar discorso, è premuroso a fornire notizie intorno ai luoghi, alle industrie, alle genti, alle usanze ed ai costumi. Non ostante il formidabile orgoglio ond'egli si tiene di gran lunga superiore agli europei d'ogni nazione, egli non sa nascondere un senso di riconoscente compiacenza nell'imbattersi in europei curiosi di visitare il suo paese. Ne ascolta con deferenza le critiche discrete, si beve beato l'elogio che cerca per modestia di attenuare quasi a ricambio di cortesia. Brusco e duro, dicono, agli affari, gli ozi forzati del viaggio lo tornano gaio e senza pensieri.
Nel dining car il caso mi colloca quarto ad una tavola, con tre signori di magnifico aspetto. Oggi stesso il New-York Herald ha pubblicato un mio ritratto, e mi ha annunziato viaggiante alla volta di Chicago. Io desino in silenzio: essi discorrono allegri in inglese, con quell'accento arrotondato degli americani, che ne rende bensì più chiaro l'intendimento, ma non quanto basti alla mia scarsa conoscenza della lingua ed all'assoluto difetto di parlata. Tuttavia ad un punto, più agli occhi che alle parole, mi pare di accorgermi che essi accennino alla mia persona. Alle frutta, uno di essi ordina una bottiglia di Champagne, ed il moro, al suo cenno, ne mesce a me pure.
— Bella Italia, — mi dice quel signore, levando il bicchiere. Il saluto, il nome della patria, l'inattesa cortesia, mi danno una scossa al sangue. Mi ravvisarono alla imagine pubblicata dal giornale. Quegli che ordinò lo Champagne è di origine italiana, e non remota. Si chiama Rapallo (bisogna sentire com'egli pronunzia quel nome) ed è giudice a New-York. Suo nonno venne giovane in America da quella città ligure onde portava il nome e non rimpatriò mai più, e già il figlio ignorava affatto la dolce lingua paterna, figurarsi il nipote. Tuttavia, il ricordo dell'antica terra Enotria ch'egli non conosce, lo mosse a salutarmi col biondo vino. Chissà da quale infantile fondo di memorie, egli trasse le parole: Bella Italia! — Quale suono ebbero per me quelle parole! — Certo nella nostalgia che mi opprimeva, un vero ed attuale italiano e parlante con purezza la lingua italiana, non mi avrebbe dato a vederlo ed a discorrere tanta poetica gioia, quanta me ne diede quell'americano stupito forse di trovarsi sulle labbra il nome della avita patria obliata.
Alla stazione di Buffalo. — Noto la storia delle origini di questa città veramente americana. Sul principio del nostro secolo, un quacquero caritatevole ed immaginoso escogitò un ingegnoso mezzo di far danaro. Egli mandò in giro con firme false cambiali per il valore di dieci milioni, che pagò puntuale alla scadenza mediante nuove maggiori emissioni. Largo, anzi magnifico spenditore, prodigo di ricchezze ai compagni, impiegò le somme così carpite, alla costruzione di una città sulle rive del lago Erié. Ma a mezzo dell'impresa, fu scoperta la frode, ed al quacquero tradotto in giudizio, toccarono dieci anni di carcere. Spirato il termine della pena, i compagni che nel frattempo avevano trovato modo di compiere le fabbriche da lui iniziate si recarono in folla alla prigione ad accoglierlo uscente. Lo portarono in trionfo per le vie acclamandolo fondatore e padre della nuova città. Se Buffalo produrrà e meriterà un Tito Livio, come ne saranno narrate le origini?
Détroit sul lago St. Clair. — Bella città ridente e pulita senza stridori di macchine nè fumo di opifici. E delizioso albergo questo Russel Hotel donde dalla finestra della mia stanza, nello sfondo della via breve e spaziosa, vedo il lago, ed oltre il lago, i tenui colli della riva canadese. Città riposante dove nulla colpisce in modo eccessivo, nè gli occhi, nè la mente, e riposante albergo non servito Dio grazia, da quei frenetici mori che s'incontrano in quasi tutti gli altri alberghi americani e vengono tosto a noia per i motti a scatto e la screanzata famigliarità. Non ostante l'uguaglianza dei diritti sanzionata dalle leggi, negli Stati del Nord, i mori sono tenuti in condizione di assoluta inferiorità ed adibiti ad opere servili. Mentre nella Virginia, nella Carolina, nella Florida, nell'Alabama, nel Mississipi s'incontra moltissima gente di colore in condizioni civili e non poca ricchissima, che vive a paro a paro coi bianchi ed anche lì spadroneggia, negli Stati di New-York, nella Pensilvania, nell'Illinois, nel Massachusetts perdura, rispetto alla razza negra, un sentimento di ripulsione violento ed invincibile. Molti alberghi di Boston, di Filadelfia, di Washington respingono gli avventori negri anche se ci capitano con gran sfarzo, con un codazzo di servitori ed a suono di dollari d'oro. E sì che gli alberghi americani, così impersonali come sono, sanno più di piazza pubblica che di casa privata.
Gli alberghi americani meritano davvero un cenno speciale. Di gran lunga più perfetti e più economici dei nostrani, quando il viaggiatore si pieghi agli usi del paese, essi riescono incomodi e costosissimi a chi voglia viverci all'europea. I nostri sono informati al pregiudizio aristocratico anzi plutocratico che governa ancora in Europa quasi tutte le relazioni del minuto commercio. Presso di noi chi spende il danaro è persuaso di stare al disopra di quegli che lo riceve in cambio di prestazioni d'opera e di prodotti. Chi mette mano alla borsa, suole assumere per lo più una cert'aria di degnazione protettrice e pretendere dal fornitore, in aggiunta della merce, una dose di riconoscenza. In America lo scambio del danaro colle opere e coi prodotti non modifica in nessun modo il profondo sentimento di eguaglianza che è in tutti i cittadini dell'Unione. Dai più umili ai più fastosi negozi l'avventore è accolto con grazia, ma senza smancerie premurose. Dove qui s'incontra una premura servile, là se ne incontra una servizievole. Così nell'entrare all'albergo non inchini, non sberrettamenti, non sorrisi adescatori del proprietario o dei suoi commessi. Se all'albergatore occorrono i clienti, a questi occorrono l'alloggio e la tavola: pari pari ognuno dà, ognuno riceve. Le ragioni di contatto fra il viaggiatore ed il personale direttivo e quello di servizio, vi sono ridotte ai minimi termini. L'albergo americano è ordinato a modo di una grande macchina ingegnosissima e spedita, che ogni viaggiatore deve saper mettere in moto. Le prestazioni personali fuori del movimento normale vi hanno un'azione tarda ed impacciata e conducono ad un aumento notevole di spesa. Il viaggiatore ha a portata di mano quanto occorre a' suoi bisogni, ne faccia profitto e basti a sè. Presso di noi il proprietario od il conduttore dell'albergo, e più il portiere, esercitano sul viaggiatore, una specie di tutela continua e domestica, che sopperisce alla sdegnosa ignoranza della vita pratica e alla schifiltosa pigrizia della gente a modo. Il portiere dei nostri alberghi, deve fare l'ufficio di un vade-mecum universale. Vi indica i migliori magazzeni, vi suggerisce la gita più adatta alla giornata, vi consiglia lo spettacolo preferibile. Gli affidate il biglietto che un amico verrà a ritirare fra un'ora, gli date l'incombenza di pagare la carrozza che vi ricondusse a casa, lo chiamate arbitro nelle dispute che sorgessero fra voi ed il cocchiere, gli richiedete insomma mille piccoli servizi protettori, i quali vi cansano bensì noia e fatiche, ma vi impediscono la perfetta conoscenza dei luoghi che andate visitando e vi frustrano in gran parte della utilità del viaggio. Questo non può avvenire negli alberghi americani, dove tutto il piano terreno appartiene, non agli ospiti, ma al grandissimo pubblico, e dove tale è la ressa continua delle genti e l'urgenza degli affari, che quanti ci tengono uffici speciali, hanno incombenze preordinate, precise, rigorose, e non possono attendere che a quelle.
Il piano terreno degli alberghi americani è una succursale della pubblica piazza. E non parlo dell'atrio solamente, ma delle sale sontuosissime, date alla lettura dei giornali, al riposo, al conversare, allo scrivere, degli spacci di liquori e sigari, dell'ufficio telegrafico, e dei locali per lo più sotterranei destinati alla pudica pulizia ed igiene pubblica. Vi sono alberghi dove zampilla nell'atrio, a comodità di quanti passano per la via, una fonte d'acqua ghiacciata purissima, cui tutti possono attingere senza costo di spesa. Qui all'Hotel Russel è così data al pubblico una fonte d'acqua gazosa naturale. Chi aggirandosi per la città è preso da stanchezza, entra nel primo albergo che gli capita, parlo ben inteso dei maggiori, va alla sala di conversazione, che apre spaziose vetriate sulla via, e vi si adagia in comodi seggioloni. Nessuno gli domanda, donde venga nè perchè. La casa appartiene al pubblico. Gli amici, gli uomini d'affari vi si danno convegno. Chi vuol scrivere lettere, trova sulle ampie tavole l'occorrente: quando la carta venisse a mancare ne richiede al commesso che si affretta a fornirgliene in copia. L'intestazione portante il nome e la veduta dell'albergo, ripaga al proprietario la spesa con altrettanta réclame.