Détroit. — Non volli, non avrei saputo ieri, raccogliere le mie impressioni sulle cascate del Niagara. Ancora mi pareva di sentirne negli orecchi e nella mente il rimbombo. E anche oggi ancora rintronato, so meglio dire la veduta che le sensazioni ch'io n'ebbi. A chiuder gli occhi rivedo l'immenso semicerchio dell'acqua e la piccola boscosa isoletta che lo rompe in due branche disuguali. La vedo sotto il pulviscolo acqueo che le addensa intorno quasi un nimbo lunare e dà ad ogni suo profilo un tremolio adamantino. Quell'isolotto segna il confine fra l'Unione e il Canadà.

A sinistra dell'isola, la cateratta, larga un dugento metri, appartiene allo Stato di New-York, quella a destra, larga oltre i seicento, ai possedimenti inglesi. La prima rompe in linea retta, la seconda s'incurva a ferro di cavallo, e prende infatti questo nome. Sulla riva dell'Unione è la piccola città di Niagara Falls, dissimile affatto dalle sue consorelle americane e non altrimenti industriosa che per passaggio e soggiorno di forastieri contemplativi: una città, che sa di villaggio sul fare ad Interlaken e dell'altre stazioni svizzere di soggiorno estivo; grandi e sontuosi alberghi, botteghe di curiosità locali riferite alle cascate, vetture e guide per le gite d'obbligo ai punti più rinomati. Un ponte sospeso attraversa il fiume dirimpetto alle cascate delle quali ancora riceve gli spruzzi ed il vento. Alto sul pelo dell'acque oltre gli ottanta metri esso è così leggero che al primo passo che ci movete ne tremano le corde, le tavole, ed a voi l'animo ed il piede. Il soffio dell'acque lo fa oscillare di continuo: i giorni di vento esso rulla come una nave, a segno che i pedoni si reggono a stento ed i cavalli imbizzarriscono dalla paura. Dal mezzo del ponte si gode la più ampia e piena veduta delle cascate che dalle rive non appaiono intere. Bellissimo sotto il ponte e per lunga tratta a valle di esso il fiume ribollente incassato fra le sponde altissime, precipitoso ed esprimente una forza scomposta più minacciosa in vista e spaventevole che non sia quella del gran salto.

Dalla riva Canadese dove sorge sull'orlo della cascata un sontuoso albergo sempre avvolto di nebbia iridescente, lo spettacolo è veramente magico. Il muggito formidabile, il tremito continuo della terra, la gigantesca lama verdognola che pare immobile sull'abisso, la nivea schiuma che ribolle nel fondo, le nuvole che ne vaporano di continuo, le roccie brunite dalla secolare politura e rilucenti quale metallo, il volo inquieto di grossi uccelli attirati dal vortice aereo e rifuggenti con sforzi disperati e disordinati, i mille arco-baleni, vi danno insieme una sensazione angosciosa e deliziosa di annichilimento come se foste parte inerte della colossale rovina. La notte al chiaro di luna quella vista ha una seduzione mortale.

Nella bianchezza lunare la forza incomparabile dell'acque assume tutti gli attributi della lascivia e della morbidezza; l'ampio silenzio circostante lascia che sul rombo diluviale che esce dal gorgo, guizzino come saette colorate su fascio luminoso, mille suoni sottili e discontinui come cicaleggi di goccie intermittenti, singhiozzi di rigagnoli ingorgati, parole sommesse di acque sviate dal salto che sembrano rallegrarsi d'averla scampata, e non so quali subitanei battere d'ali.

Nel caso di una torre che scende come un pozzo fino al letto inferiore del fiume, un apparecchio meccanico vi cala nella voragine a mezza altezza e vi depone sopra una rovina di massi giganteschi fra i quali serpeggia un sentiero lubrico e scosceso. Sotto una pioggia torrenziale che non ha difesa di ombrelli, poichè vi s'avventa contro, così dal basso e dai fianchi come dall'alto, quel sentiero conduce ad uno stretto tunnel scavato nella roccia sotto il piano della cascata. Ad un punto, per una larga apertura della parete rocciosa, si vede la massa fluviale passarvi dinnanzi ad arco, vicinissima. La sensazione che nasce in quella vista è profonda, ma lo spettacolo non ha nessuna grandezza. Fa sgomento quel sapersi sotto a tanto volume di acque, ma di queste l'occhio non misura nè l'impeto nè la mole. Una lastra spessa di vetro verdognolo darebbe all'occhio una identica immagine. Tolto il cielo e le sponde lontane e l'abisso, circoscritta la massa acquea dagli orli rocciosi del finestrone, quella veduta, che par tanto immaginosa a parlarne, s'immiserisce ben presto fino a ricordare gli apparati scenici. — Dopo due minuti, il lembo d'acqua vi pare immobile, tanto ne sono uniformi gli aspetti successivi, ed il frastuono, non echeggiato da ostacoli lontani, non vibrante nell'aria aperta, vi dà la sensazione di una sordità per istupidimento. Al più giova entrare in quel tunnel ed affacciarsi a quella sezione di Niagara, per avere all'uscita, centuplicata l'impressione della grandezza. Ma ai grandi spettacoli naturali, non occorrono artifizi ingranditori, e non torna il conto di camuffarsi in veste di palombaro per scompartire il Niagara in casellarii, quando lo sgomento estetico che ne sperate procede dalla sua immensità.

L'inverno, il Niagara attira più gente che l'estate. Ma lo spettacolo delle cateratte ghiacciate è più curioso che imponente. Gli Europei cui sono famigliari i grandi spettacoli alpini, parlano di quella vista in tono di leggiera canzonatura. Ben altri fiumi di ghiaccio, e correnti fra altre sponde e più profondi e minacciosi, e più poderosi motori dell'animo e della mente, rompono a valle dalle creste del monte Bianco e del monte Rosa. Tuttavia nelle cateratte ghiacciate è bello vedere il fiume ancora copioso, scorrere sotto la crosta trasparente, ed udire il rombo della caduta risonare come in tubo metallico, nelle immense caverne di ghiaccio. Gli albergatori s'intende, s'industriano là pure, come in Svizzera, di snaturare le bellezze naturali con razzi di luci diverse che rinfrangendosi nelle conche, sui dorsi e sulle guglie cristalline, improvvisano visioni paradisiache od infernali ed allettano le menti posate e poco immaginose dei praticoni americani col fascino del soprannaturale.

Ma già minaccia alle cateratte del Niagara una trasformazione più reale e durevole. Per quanto sembrino sconfinate le miniere di carbone ancora intatte nelle viscere della terra americana, già ne è calcolato il possibile rendimento e la durata di esso, e già si pensa con inquietitudine al giorno, in cui quei serbatoi avranno esaurita la forza dei soli secolari. Allora converrà imprigionare tutte le acque cadenti e già si sta meditando di anticiparne l'uso a risparmio di carbone. Fu calcolato che la forza sviluppata dalle cateratte del Niagara, basterebbe a mettere in moto tutte le macchine che sono in America. Dieci anni fa, si diceva: tutte le macchine del mondo, il che prova quanto sia stato in dieci anni l'incremento delle industrie negli Stati Uniti. Di questo passo, il valore estetico delle cascate, non tarderà molto a convertirsi in valore meccanico e chissà che le ciclopiche turbine destinate a ricevere tanto urto ed a trasformare in forze formidabili e sminuzzabili all'infinito, non daranno ai sensi educati a riceverla, una impressione estetica altrettanto intensa quanto l'attuale. Noi cominciamo ora, ad avvertire la bellezza artistica delle macchine, che ai nostri padri parevano la negazione dell'arte. La bellezza delle cascate del Niagara consiste già in gran parte, nella loro espressione di forza senza pari.

CAPITOLO VII.
Gli Italiani negli Stati Uniti.