Era un ticchio assassino, che per spilorceria armava i pozzi delle miniere con travi tarlate e fradicie, e se ne vantava, onde già gli stavano sulla coscienza parecchi disastri. Quel colpo e la serenità con cui lo sostenni mi valsero la sua stima. Mi si avvicinò, mi porse la mano e mi domandò in tono quasi affermativo:

— French?

— No. Italian.

Mi guardò incredulo: non gli pareva possibile che un «macaroni» un «suonatore d'organetto» un «Degos,» come ci chiamano a titolo d'insulto, potesse gettar via il danaro tanto speditamente; ma si accorse che il suo dubbio mi irritava e credette: mi serrò un'altra volta e mi scosse le mani, uscendo in quelle voci nasali fra l'ah! e l'oh! che esprimono presso gli americani il sommo grado della compiacenza e della approvazione.

Se invece di gettarlo da pazzo a quelle canaglie, io avessi serbato il mio denaro per sollevare le miserie dei miei parenti lontani, in luogo della ammirazione, avrei incontrato il disprezzo di quel trafficante di carne umana. Gli altri, i miei compagni ed i negozianti messicani, mi avrebbero ammazzato piuttosto di lasciarmi astenere dal giuoco, ma se fossi riuscito a cavarmela senza giuocare, non avrei nulla perduto della loro stima. Qui è la differenza fra l'americano delle regioni agricole, ed il vero Yankee incivilito. L'assalto alla fortuna è forse nel Texas e negli altri Stati spopolati più accanito e disperato che nelle città incivilite presso l'Atlantico, ma siccome non la si può altrimenti conseguire che a costo di fatiche fisiche e di privazioni grandissime, non c'è lavoro tenuto per abbietto e non è vergogna il saper indurare, per scorciatoie, gli estremi gradi della miseria. Forse perchè mancano le occasioni di minuto e continuo sperpero, la sobrietà, la continenza e l'economia, non sono tenute in conto di vizii disonorevoli. La mala riputazione degli italiani nelle grosse città, deriva sopratutto dalla loro sobrietà e dalle loro abitudini di economia e di risparmio. Lei, signor Giacosa, esaminerà, sentirà e vedrà se ho ragione e, tornato in Italia darà, a chi vuole emigrare, il buon consiglio di rivolgersi piuttosto agli Stati agricoli che agli industriali.

Il buon consiglio io non oso darlo perchè non ho studî ed esperienza che bastino, ma i fatti esposti, dal mio compaesano mi risultarono esattamente conformi al vero. Se non l'eccesso di ogni virtù è vizio ed ogni Arpagone si gabella per parsimonioso. Il maggior carico che gli americani fanno agli emigranti italiani è di una sordida, degradante ed insanabile astinenza e del loro acconciarsi ai più umili uffici, ai lavori più vili e meno rimunerati. Dal vestire, al cibarsi ed all'alloggiare, la plebe italiana di New-York e di Chicago dà spettacolo di una così supina rassegnazione alla miseria, di una indifferenza così cinica rispetto ai beni ed ai godimenti della vita, che ha solo riscontro, in peggior grado, diciamolo, nei cinesi. Solo riscontro a voler contare la gente che campa di onesto lavoro; che altrimenti, in New-York, la bassa città è piena di pezzenti, scamiciati, luridi, scalzi, sudici, scarmigliati, orribili e terribili, i quali non si sa di che e come nutriti, non ostante le razzie dei policeman, dormono la notte sotto le scalette digradanti nelle vie o sotto il ligneo ponte degli Eleveted o sul nudo lastrico nei vicoli oscuri.

La polizia che dà loro la caccia, e li trasporta, il più delle volte senza che si sveglino, tanto sono piombati nel sonno alcoolico, alle prigioni ed ai ricoveri per briachi, sa che gli italiani fra di essi sono in piccolissimo numero. Lo sa e lo dice. Non è molto, il capo della polizia di New-York affermò pubblicamente che di tutte, la emigrazione italiana è quella che dà il minor contingente agli assassini, ai ladri, ai facinorosi d'ogni specie.

Ma di questo rifiuto della società, l'opinione pubblica americana non tiene conto altrimenti, che per armarsi alla difesa, moltiplicando le prigioni e le sentenze capitali e sperimentando nuovi sistemi di morte. Quando si parla di stima e di sprezzo, si considerano gli elementi vivi ed attivi del corpo sociale. Ora, fra i membri organici della società americana, dobbiamo pur troppo convenirne, gli italiani tengono, nella pubblica stima, se non il penultimo, il terz'ultimo posto. Al disotto di essi, non ci sono che i cinesi ed i negri. Il mio compaesano voleva che questa disistima nascesse da avarizia. Il Yankee, mi diceva, è geloso del denaro americano che gli emigrati italiani mandano ogni anno in Italia. Ne mandano infatti assai più che da noi non si creda. Il console e parecchi banchieri di New-York mi assicurarono, che da quella sola città, sono spediti in Italia, non per traffichi, ma dagli emigranti, dai 25 ai 27 milioni di lire l'anno. Bisogna avvertire però che da ogni punto, si può dire, degli Stati Uniti, il danaro diretto all'Europa, prende la via di New-York. Ma la somma, vistosa specialmente se si consideri da chi proviene ed a chi è destinata, non è in realtà così ingente da impensierire quei formidabili maneggiatori di miliardi presso i quali chi la possegga (sono in loro moneta cinque milioni di dollari) comincia appena a contare per ricco. Al più, dato che gli americani abbiano conoscenza di quell'esodo finanziario, esso nuoce al concetto in cui tengono gli italiani, per ragioni che nulla hanno a che fare coll'avarizia. Il denaro spedito alla terra nativa, annulla quasi le carte di cittadinanza che l'emigrato è indotto a firmare, ed attesta il fermo e perdurante proposito del rimpatrio. Dove vanno i dollari, va il pensiero ed il cuore e andrà più tardi, appena lo potrà, la persona.

Un colto signore americano, amantissimo dell'Italia, volendo giustificare l'antipatia innegabile di molti fra i suoi verso i miei connazionali, mi diceva un giorno che l'italiano è fra gli europei affluenti del nuovo continente, quello che meno di tutti si americanizza. Gli osservai che l'americano così orgoglioso com'è della sua terra avrebbe dovuto meglio di ogni altro apprezzare una tale tenacia di sentimento patrio.

— È vero, rispose, ma l'americano non firmerebbe mai atti di cittadinanza in paese straniero. Il vostro emigrante, poichè non trovò da vivere in patria, viene a noi e disputa il lavoro e la mercede al nostro operaio. E sta bene. Non mi lagno neppure di quel tanto che il lavoratore italiano sottrae al minuto nostro movimento economico, riducendo le spese a quanto è strettamente indispensabile e tenerlo in piedi ed in forze, cioè a meno del decimo di quanto guadagna. Ma egli, onde pareggiare la sua alla condizione dell'operaio nostrano, domanda di essere accolto cittadino degli Stati Uniti e armato di tutti i diritti civili e politici, nomina i rappresentanti, i governatori, i magistrati, gli ufficiali di ogni ordine cui spetterà di fare e di applicare le nostre leggi. E mentre dispone, al pari di ognuno di noi, del nostro avvenire politico, morale, sociale ed economico, non si associa ai nostri sentimenti, non conosce e non cura i nostri bisogni, e dei diritti civici che lealmente gli conferimmo, fa solo uso per mettersi in grado di rinunziarli più sollecitamente. Si parla molto della venalità delle nostre elezioni. Il male è pur troppo reale, ma l'americano che vende il suo voto, si espone almeno a subirne le conseguenze. L'indirizzo della politica generale, l'assetto finanziario, le questioni edilizie, le costruzioni e le tariffe ferroviarie, sono altrettanti fattori della sua prosperità o del suo disagio avvenire, onde è a sperare che edotto dalla esperienza, egli verrà grado grado avvezzandosi ad un esercizio più coscienzioso della sua sovranità. Ma che sperare dal voto dato da uno straniero, il quale, rinnegata apertamente per interesse l'antica, rinnega di continuo in cuor suo la nuova patria ed affretta il momento di abbandonarla? Che importerà a lui se il legislatore è inetto, se il magistrato è corruttibile, quando sei mesi, un anno dopo il voto, egli lascierà per sempre il nostro continente? È lecito, se volete, sospettare di ogni cittadino americano, che egli venda il suo voto, ma è indubbiamente certo che lo venderà questo cittadino spurio che frodò scientemente i privilegi della cittadinanza.