Dal mio piccolo paese canavesano, partirono il Marzo del 93 per l'America, tre ottimi lavoratori, lasciando a casa, mogli, figliuoli e debiti. Laggiù, appena sbarcati, si allogarono nella miniera di Primerose, in Pensilvania. La paga era buona: sfido! Nessuno del luogo osava più scendere in quei pozzi che già una volta una vena d'acqua aveva allagato, affogandovi dentro gli operai. Ora la vena, saldata, non dava che stille e s'erano ripresi i lavori. I direttori sapevano il pericolo ma, business is business, la duri fin che può. E la durò poco. Il 20 di Aprile, si ruppe un'altra volta la vena, e quanti erano sotto ci rimasero. I miei compaesani erano stati sul lavoro otto giorni; vale quanto dire che non lasciarono un quattrino. Io conosco le loro famiglie e vedo ora di che morte vivono. Mentre stavo descrivendo la disgustosa abbiezione di tanti nostri emigranti, non potevo trattenermi dal pensare che se quei tre infelici avessero avuto tempo di dare ad altri il tristo spettacolo che altri diedero a me, a quest'ora i loro figli e le vedove avrebbero assicurato per la vita, un pezzo di pane.

CAPITOLO VIII.
Chicago e la sua colonia italiana.

Quando io giunsi in Chicago, la colonia italiana vi era in gran subbuglio. Un giornalucolo ebdomadario, italiano s'intende, aveva da qualche tempo preso ad avversare il Conte Manassero di Costigliole nostro console e non c'è contumelia che non gli vomitasse contro. Il Manassero non se ne dava per inteso e badava anzi a rattenere lo sdegno che quelle ingiurie sollevavano vivissime nella maggiore e miglior parte della nostra colonia a lui devota ed amica. Ma gli ultimi numeri imputavano al console un fatto determinato e grave. Si trattava della bandiera che è costume inalberare alle finestre dei nostri Consolati nella ricorrenza del 20 settembre. Il giornale, sulla fede di una società operaia, affermava non averla il Console inalberata: parecchie altre società e moltissimi cittadini giuravano di averla veduta. In realtà la bandiera era stata issata fino dal mattino, ma essendosi smosso l'anello a muro che regge l'asta, la si era dovuta levare per saldarlo. Affare di due ore, dopo di che i tre colori risventolarono fino a sera. Parlavano onorevoli testimoni e parlava il muro racconciato di fresco, ma il giornale duro, ripicchiava in nota continua: noi passammo e la bandiera non c'era, non c'era, non c'era; e mentre la voce di quelli non giungeva che alla gente del luogo già edotta dei fatti, l'accusa gazzettiera, a stampa, poteva varcare l'Oceano, arrivare a Roma, e a comodo di qualche deputato dell'opposizione, sollevare interpellanze in parlamento. In questi casi torto o ragione, che ne va di mezzo è il magistrato lontano colpevole, se non di altro, di aver dato noia al ministro. Per ciò, gli amici non so se meglio dire del Console o della verità, mettiamo di tutti e due, deliberarono di opporre alla denuncia del giornale una solenne protesta dell'intera colonia ed a tale intento indissero per la veniente domenica un meeting, anzi un massmeeting che vuol dire un solenne e pieno comizio.

In attesa del grande evento io impiegai i primi giorni della mia dimora in Chicago a veder gente e paese, colla scorta di alcuni cortesissimi nostri connazionali. Della gente del luogo, non conoscevo nessuno. Avevo bensì una lettera per un certo M.r Gustavo Fucks fervente melomane, amantissimo degli italiani, ma l'ottimo uomo stava allora in una sua villa, lontano assai dalla città e dovetti contentarmi di mandargliela per posta. Lo conobbi più tardi in Nuova York, dove, esempio di costumi americani, egli venne apposta da Chicago per assistere alla prima rappresentazione del mio dramma. Tra venire e andare sono tre mila chilometri di viaggio. Arrivato il giorno della recita, ripartì l'indomani poichè mi ebbe fatto una breve visita nella mattinata.

Egli assente, l'altro milione e mezzo di abitanti, mi parvero tutti così affacendati, che stimai bene di non far perdere tempo a nessuno di essi, in conoscenze nuove. La mattina uscivo di buon'ora, curioso di visitare la enorme città che è oggi la seconda e sarà, dicono, fra dieci anni la prima degli Stati Uniti. Ne avevo inteso raccontare e ne avevo letto cose da strabiliare: sapevo che d'anno in anno la popolazione vi cresce di un decimo. Nuova York nel suo complesso non è gran fatto dissimile dalle grandi metropoli d'Europa. In Chicago sapevo fiorire più sincera la vita americana: fabbriche smisurate e vie interminabili, botteghe sbalorditive, assordanti stamburamenti ad uso di richiamo. E poi c'era l'Esposizione della quale già doveva apparire la colossale carcassa fra parchi e giardini incantevoli, bagnati da quel famoso lago Michigan che vantano più vasto dell'Adriatico, più navigato del Mediterraneo e così dolce alla vista e ridente da vincere al paragone quelli dell'Alta Italia e della Svizzera.

Ahimè! Della Esposizione erano appena avviati i lavori di sterro ed il vantato parco ed i giardini mi parvero una bassa e umile cosa. Ma i piani che mi fu dato vedere, tracciavano su quelle bassure un vario ondeggiamento di colli, vi incidevano valloni, gettavano promontori nel lago rompendone le monotone spiagge, insenavano il lago fra le terre, segnavano i limiti di estemporanee foreste, predestinavano insomma quelle plaghe pacificamente mediocri, ad un vero cataclisma tellurico prodotto da forze misurate ed infallibili. Bello sulla carta, io pensavo, ma lavoro di dieci anni. Mi avvidi ben presto come in Chicago dal detto al fatto e dal progetto all'opera poco ci corre e come una fantasiosa strapotenza meccanica vi abbia ridotto l'inattuabile ai soli assurdi matematici.

Ebbi di Chicago due impressioni diverse, una sensuale ed immediata, uscita dalla vista delle cose e delle genti. L'altra intellettuale o graduale, nata di cognizioni, di induzioni e di raffronti. A occhio la città mi parve abbominevole; riflettendoci la riconobbi ammirevole oltre ogni dire. Non ci vorrei dimorare per nulla al mondo; credo che chi la ignora, non conosce interamente il nostro secolo, del quale essa è l'ultima espressione.

Durante il soggiorno di una settimana, io non vidi in Chicago altro che tenebre più o meno fitte, fumo, nebbia, sporcizia, ed una sterminata moltitudine di gente affannata ed accigliata. Fanno eccezione certi remoti quartieri nei quali spira dalle piccole casette e dai minuscoli giardini un'aria tranquilla di soggiorno semi agreste e dove fa non sgradevole mostra una curiosa architettura a sghiribizzi divertente e puerile onde le case sembrano balocchi ad usi di gente ilare e posata che ci vive in assoluto riposo mangiando confetti, dondolandosi sugli immancabili seggioloni a bilico e contemplando oleografie.