Ma da queste inverosimili oasi in fuori, la grassa metropoli mi diede un senso di oppressione così grave che io dubito ancora se oltre le sue fabbriche esistano gli spazi celesti. Era nuvolo? Non lo so dire, perchè il cielo coperto spande una luce eguale e diffusa che non fa ombre, mentre là a seconda delle ore si allineavano lungo le case più fitti tenebrori. E non so nemmeno dire se splendesse una larva di sole perchè la visione delle cose vicine mi giungeva sempre incerta e confusa. Inclino a credere che quello spazio piano color caffè e latte che si stendeva lungo le basse falde della città per la larghezza a occhio di un trecento passi e che andava poi dissolvendosi in un grigione caotico, fosse il lago, ma non potrei attestarlo con sicurezza. Di certo i bastimenti, solcavano piuttosto una densa atmosfera che un piano acquoso.

Ricordo una mattina che capitai sull'alto viadotto di una stazione ferroviaria. Di lassù, la città sembrava covare un suo ultimo inesorabile incendio, tanto era avvolta di fumo. Anche in Nuova York, dal sommo del ponte Brooklyn si vedono salire al cielo a migliaia a migliaia, colonne di fumo: ma l'aria viva del mare e la nitidezza asciutta dell'atmosfera fanno sì che ogni getto fumoso si distingua per molta altezza da tutti gli altri onde tutti prendono un aspetto di vigorìa disciplinata che allontana ogni idea paurosa, mostrandoli effetto di volontà ordinate e sapienti. Là vedevo invece un nebbione grave e rassegato stagnare, nascondendo le proprie scaturigini, sull'immenso ammasso delle fabbriche nere. Pareva uscito da tutte le vie, dai tetti e dalle finestre ricadere in ogni dove come se l'aria intorno lo respingesse. E pareva fumo di incendio covante senza fiamma, anzi peggio che fumo una sorta di filiggine unta. Non deponeva infatti quel polverino secco che si leva poi di sui panni alla prima spazzolata, ma una patina viscosa e penetrante. Forse mi toccò in Chicago una settimana climaterica, motivo per cui non affermo che le cose siano, ma che io le vidi tali e di qui forse nasceva l'aria crucciosa ed ammusonata che leggevo su quasi tutte le faccie. Mi fece senso il notare come, frammezzo a tanta folla, pochissimi mostrassero di conoscersi a vicenda e scambiassero, non pretendo scappellate, ma cenni ed occhiate di saluto. Correvano tutti alla disperata. In Nuova York c'è più gente che in Chicago e non oziosa, eppure avvertivo per le vie la stessa nostra speditiva socievolezza. Là mi pareva che tutti fossero come me perduti, senza compagnia nel formidabile tumulto. O se due persone discorrevano fra di loro, era un parlare in tono di rammarico, con voce bassa e nasale senza la menoma varietà di accenti. Un russare fermo. Dicono che tutti gli americani hanno la voce nasale. Quelli di Nuova York non mi pare od è ben poca cosa, ma dei Chicaini o Chicaesi che sia, si direbbe che la voce esca loro dalle narici e che l'articolazione si faccia nel faringe. È un fatto positivo che moltissimi nasi in Chicago, sono in continua condizione patologica. Ho veduto in molte vetrine certi apparecchi destinati a copertura del naso, sorta di cappucci nasali o nasi finti, ma senza intenzione d'inganno. In opera non ne vidi nessuno. Ottobre a quanto pare consente ancora, anche ai più delicati, l'uso del naso naturale, ma il regno degli artificiali doveva essere prossimo e non mi so perdonare di averne perduto lo spettacolo.

Il carattere principale della vita cittadina a Chicago è la violenza. Tutto vi è condotto alle estreme espressioni: le dimensioni, il movimento, i clamori, i rumori, le mostre delle botteghe, gli spettacoli, lo sfarzo, la miseria, l'attività, la degradazione alcoolica. Certi manifesti teatrali raffigurano a colorì ed a grandezza naturale tutti quanti gli attori di una compagnia, ed in eguali proporzioni le scene principali di un dramma. Passa per le vie una musica militare seguita da un drappello di generali in gran divisa, la bandiera che li accompagna, vi annunzia una nuova macina per il grano. Quel carrozzone, imperiale e reale, tutto bianco lucente a raggi d'oro che rumoreggia al trotto di quattro giganteschi cavalli bianchi, piumati ed infiorati, trasporta le carni sanguinolenti uscite dagli squartatoii: Armour and Comp. — Vedo ancora nel bel mezzo di un marciapiede, posata su di una colonna mozza, una boccia di cristallo, che le mie braccia non potrebbero cingere, piena fino all'orlo di denti anglo-sassoni. Il corredo, a farla misera, di ventimila mandibole. Tutti strappati dal dottor tale, diceva la scritta, il quale dimora qui contro. Già fu narrata la bella trovata di quel tappezziere di Chicago, il quale promise di regalare il fastosissimo mobilio di una camera nuziale a quei due fidanzati che avessero consentito di sposarsi nelle sue vetrine. Li trovò, fu allestita la scena, intervenne un pastore autentico, et fuerunt coniuges.

In una bottega di parrucchiere ho contato cinquanta seggioloni fissi dirimpetto ad altrettante specchiere, e serviti da altrettanti Figari. Il giorno del mio arrivo mi furono mostrati i ruderi ancora fumanti di una casa bruciata la notte innanzi. Il giorno della partenza (e dimorai in Chicago una sola settimana), vidi, in quello stesso luogo l'ossatura ferrea di un nuovo edificio, già levata all'altezza di un terzo piano e già compiuti i palchi d'ogni piano. Lo sgombero dei materiali inservibili, e la fornitura dei nuovi, seguono senza riguardi per il vicinato. Purchè restino libere le doppie rotaie dei tram, il suolo pubblico appartiene al primo occupante. L'urgenza della vita non consente delicatezze edilizie. Nel crocicchio delle vie, sui canti delle case, s'incontrano montagne di pietre tagliate, di mattoni, di travi e di regoli di ferro, rovesciati là nella furia dello scarico, e lasciativi finchè il graduale consumo della fabbrica vicina lo richieda. Al disagio dei passanti non pensa nessuno; si capisce che senza far teorie e per mero intuìto, ognuno sacrifica le piccole comodità individuali, al libero esercizio delle grandi forze meccaniche. Chicago non sarebbe la Città fungo (Mushroom City) come la vantano gli abitanti, se, come avviene presso di noi, le tutele minute dell'individuo, distogliessero dalla produzione e dallo accrescimento della ricchezza, una gran parte della attività collettiva. Se le stazioni ferroviarie dovessero, oltre il nucleo dell'edificio centrale, cingere con muri palizzate estesissimi terreni, intralciando le comunicazioni fra i diversi quartieri, non vi sarebbero così frequenti come il bisogno lo richiede. Se il correre di un treno fra l'abitato, vi inducesse il nostro preventivo apparecchio di sbarre e di catene e la vigilanza di mille guardiani, quel gran corpo non sarebbe così continuamente rissanguato. Nei passaggi a livello fra le case e fra il movimento urbano, una gran scritta colla parola Pericolo (Danger) ammonisce la gente di guardarsi attorno. Pensi ognuno a sè stesso. Il treno irrompe, scampanando come una chiesa nei giorni festivi, nulla frenando la sua corsa. La vita e la salute sono per chi ha occhi e mente.

Oh lo scampanare di quei treni! Le finestre della mia camera all'Hotel Richelieu davano, a quanto mi fu detto, sul lago, ma fra l'albergo ed il lago, correvano non so se venti o trenta binari di ferrovia. Ho voluto contare quanti treni passassero in un'ora. Ne ho contati 38, e tutte le ore si somigliano e la notte somiglia il giorno ed è un martellare a doppio dove il suono che va perdendosi, dall'un lato, preludia a quello che ingrossa dall'altro, ed ogni campana ha il suo timbro, ed ogni battocchio il suo ritmo, onde vi lascio pensare, la notte, i miei rendimenti di grazie.

Ed i tram? Ve n'ha d'ogni sorta e sugli stessi percorsi. A cavalli, a vapore, a trazione funicolare, a forza elettrica attinta ai fili aerei. Il loro movimento giornaliero è calcolato a due milioni di viaggiatori. Chi attraversa le vie principali, anche nei rari momenti che non ne passa nessuno, sente stridere sotto i piedi, per certe scanellature ferrate del selciato, le chilometriche catene d'acciaio che li trascinano da lungi. Dove la via scavalca su ponti giranti i canali navigabili che immettono il lago nella città, il tram elettrico s'interra come una talpa in tunnel profondissimi. La discesa comincia di lontano; il mezzo della via va sprofondandosi fra muraglioni sempre più alti, che a grado a grado le scemano la luce del giorno. Quel crescente crepuscolo vi mette in pensiero; la carrozza non ha apparecchi d'illuminazione e ci siete pigiati fra gente ignota e varia. Dal finestrino anteriore vi appare giù in fondo, la bocca nera del tunnel. Sarà dunque la tenebra chiusa? Ma, all'ultimo barlume di cielo ed al primo echeggiare della volta imminente, raggia intorno un fulgore che vi accieca. Il braccio aereo del tram, quello stesso che deriva moto dal filo sospeso, ne induce la corrente che va ad accendere i globetti fissi nelle pareti e a mano a mano che procede accende d'intorno e spegne dietro; onde un retrogrado potrebbe dire che porta bensì luce, ma lascia tenebre, se non che la luce è buona dove occorre e la tenebra che non nuoce si chiama risparmio di forza. Ad ogni modo, ed a quando io ne vidi in Chicago, quel tram fa più chiaro che madre natura, perchè quando sbuca all'aperto allora lo direste entrato nel chiuso.

La straordinaria abbondanza e la comodità dei tram e degli omnibus ed un poco anche i pessimi selciati, sono cagione che s'incontrino poche vetture di piazza e pochissime padronali. I piccoli veicoli non si confanno a quella enormezza di vita irruente. La frequenza degli ostacoli irremovibili li costringe al passo e la rete delle rotaie e le profonde affossature del suolo li sconquassano.

Poichè si discorre di veicoli non so tacere di un carro a mano, che mi occorse di vedere più volte, destinato a propaganda igienico-religiosa. Dico a mano perchè gli mancava il timone ed era spinto a forza d'uomo, ma un cavallo ci avrebbe fatto la schiuma. Era una specie di palco senza sponda, posato su quattro ruote piccole e nascoste, che portava un armonium assai voluminoso, uno sgabelletto, e cinque leggii massicci di ferro, reggenti, quello di mezzo un missale e gli altri musica. Andava intorno sull'imbrunire e procedeva rasente il rialzo dei marciapiedi. Sulle prime credetti una mascherata. Innanzi al carro, camminava un branco di gente, in gran parte negri, vestiti con panni luridi, color bruno, i pantaloni corti, ed il cappello a staio. I due primi reggevano teso fra due aste un logoro stendardo dov'erano scritti versetti biblici; degli altri chi batteva tamburelli, e chi salmodiava. Sul carro in moto, non c'era anima viva: gli attori di quella scena girovaga, ne erano ad un tempo i motori.

Come il corteo giungeva dirimpetto uno spaccio di liquori, ad un ristorante non astemio, i porta stendardo piantavano l'asta, i moretti facevano cerchio ed i sei che stavano al tiro ed alla spinta, tre davanti e tre di dietro, saltavano sul palco. Questi erano tutti di razza bianca, faccie sospette ed arie compunte, lunghi soprabiti quondam neri, cappello a staio dal pelo arruffato. Uno sedeva all'armonium, un secondo sfogliava il missale, gli altri intonavano il canto fermo. Prima veniva la lettura di un passo morale, poi una ondata d'accordi e poi la lettura, i suoni ed il canto congiuravano insieme ad una dissonanza stridente. Il tutto in tono basso dimesso. Finita la salmodia, il corteo s'avviava verso altri luoghi di perdizione alcoolica. Predicano ben inteso al deserto; la gente passa, non guarda, non approva e non ride, i bevitori non se n'hanno per male, e gli apostoli peripatetici, non sembrano avvertire nè l'indifferenza della folla, nè la folla istessa. A che mirano? Che sperano? Gli uni li fanno santi e gli altri pazzi; ma questo avviene di tutte le imprese insolite e volte ad intenti remoti. A vederli tanto incuranti di non far colpo, li sospettai salariati; mi fu assicurato che non sono. Ad ogni modo la trovata e la sua attuazione hanno pure quel carattere estremo che ho notato dianzi. E lo stesso carattere estremo ha il vizio che vorrebbero e non poterono fin'ora nè correggere nè attenuare.

Ho già descritto l'abbrutimento alcoolico dei troppi americani, ma notai in Chicago e pochi giorni appresso in Cincinnati, un fatto che mi pare significativo in sommo grado. All'uscita dei teatri, la folla mascolina si riversa volontieri nei Baar, a bere il Whisky od il Cocktail ed a rosicchiare a stimolo della sete, certe croste di pane o bocconi di cacio fresco, serviti gratis agli avventori. Tra lo sgretolare quei cibi duri e le reiterate bevute, vien fatto di doversi forbire le labbra. Orbene, molti Baar e non degli infimi in Chicago ed in Cincinnati, in luogo di dare ad ogni avventore che ne faccia richiesta quel tovagliolo frangiato, che usa presso di noi, dispongono un servizio collettivo di forbitura il quale svoglierebbe della nettezza, il gatto più leccato che sia al mondo. Lungo tutto il banco di servizio corre dalla parte del pubblico, a mezza altezza, un bastoncino tornito retto ai capi e nel mezzo da ganci metallici di squisita fattura, e pendono, per anelli scorrenti, dal bastoncino, più tovaglioli da tavola, i quali sono rinnovati ogni giorno, e chissà forse due volte il giorno, ma non più. A questi, come capita, i bevitori si asciugano i baffi e forbiscono la bocca. Bocca baciata rinnova come fa la luna, dice il Boccaccio, ma tovaglia così baciata, non rinnova e serba il segno. Fatto sta che la sera, tra il colore, l'odore ed il madore, quelle tovaglie sono parlanti e a chi le adopera pareggiano le partite del dare e dell'avere, anzi credo che rendano più che non ricevono. Ebbene, ho veduto dei signori in tuba, col pastrano color nocciuola, i pantaloni debitamente rimboccati all'inglese ed i solini irreprensibili, recarsele alle labbra, come se fossero pur ora uscite di bucato.