Alla stregua dunque delle sensazioni immediate, Chicago non è piacevole, e chi ci arriva diritto d'Europa, se gli capita addosso il nebbione fumoso che è toccato a me, la trova abbominevole addirittura. Ma la misura che ne trae delle energie volitive, intellettuali e fisiche di cui l'uomo è capace, la nozione di un assetto sociale semplice e progressivo, la vista di tante vie aperte alla operosità umana, lo spettacolo di tanta ricchezza naturale e del suo moltiplicarsi nel lavoro, lo conducono insieme ad un concetto così chiaro, così largo e così poderoso della vita attuale, e ad un così sicuro presentimento di quella avvenire che gli fanno ben presto scordare il disgusto sofferto, se non arrossirne.
Dal momento che ne sono partito, Chicago è venuta sempre più ingrandendosi e nobilitandosi, nella visione ideale che ne serbo. Ricordo i particolari disagi e tutti i minuti fatti intorno ai quali si esercitava la mia critica vanitosa di raffinato, ma nella impressione generale che mi resta della grande città questi non trovano modo di intervenire. Il nome di Chicago non me li richiama alla mente e per scriverne ho dovuto cercarli di proposito nei ripostigli della memoria.
Se le reminiscenze classiche si potessero applicare ad un popolo sciolto dagli impacci tradizionali, vorrei dire che Chicago mi diede l'idea di una romanità meno formale della nostra antica, e di tanto più larga di quanto la terra è cresciuta da Roma in poi. Già i suoi abitanti hanno un acutissimo orgoglio cittadino e volentieri daterebbero l'era presente dalle prime origini della città che ancora qualche testimonio vivente può ricordare. Come gli americani in generale si tengono da più degli europei, così gli abitanti di Chicago si tengono da più di ogni altro americano; orgoglio che attirò su di essi l'antipatia delle città ormai storiche degli Stati Uniti. New-York maschera con un ostentato disprezzo l'inquietudine che le cagiona la sua rivale dell'Ovest alla quale contese per alcun tempo e dovette alla fine cedere la sede della Esposizione Colombiana. Chicago avverte queste gelosie inquiete e s'industria di meritarle sempre più. Essa ricava dalla fede imperterrita nel proprio destino, un sentimento di dignità civica che si direbbe uscito da fasti secolari.
Ne citerò un esempio d'indole quasi letteraria.
Tutti ricordano una sommossa di anarchici seguita in Chicago parecchi anni or sono. Il governo dell'Illinois al cui stato appartiene Chicago, non ci andò con mano leggiera: per quattro policeman uccisi, quattro anarchici salirono le forche. Ma non bastò la punizione dei colpevoli e si volle onorare con un monumento le vittime del dovere. Noi facciamo sempre le statue «ad personam» ed abbiamo inoltre fissata una specie di gerarchia statuaria che non consente bronzi nè marmi ai gradi minori. Là, nel Lincoln park dove sorge il monumento al generale Grant, fu eretta, poco discosto da quello una statua raffigurante l'infimo fra gli ufficiali della legge: il policeman.
Il piedestallo reca la data della sommossa e questa iscrizione veramente romana:
IN THE NAME OF THE PEOPLE OF ILLINOIS
I COMMAND PEACE.
NEL NOME DEL POPOLO DELL'ILLINOIS
IO COMANDO PACE.
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Da quando sono venuto dicendo parrebbe uscirne che a Chicago non torni proprio il conto di andarci, perchè le impressioni sensuali ed immediate ne sono sgradevoli ed alla sua nozione intellettiva devono bastare i molti libri che ne trattano in disteso. A me non preme di mandarci nessuno, ma ognuno vede meglio coi suoi occhi che con quelli degli altri. Certo i libri che ci si mettono di proposito, raccolgono più notizie che non possa raccogliere il comune dei viaggiatori, ma dalla vista delle cose reali ognuno di noi, per un processo inconsapevole, trae per l'appunto quelle notizie, che meglio quadrano al nostro ingegno e lo mettono in moto. Il libro deve di necessità esporre i fatti in ordine successivo e li espone poi sempre in quella mostra che meglio torna ai ragionamenti dell'autore. La realtà li colloca nel loro ordine simultaneo e voi ci ragionate di vostro.