I libri mi avevano raccontato di Chicago assai più cose che io non ci abbia veduto e molte maraviglie che non ebbi nè modo nè voglia di accertare. Imparerete dal libro che la popolazione salì in sessanta anni da cento abitanti ad un milione e mezzo, che nell'incendio del 1871 andarono distrutte 17,500 case, che i capi di bestiame uccisi nell'annata, ammontano a dieci milioni, e ad un miliardo le scatole di carne conservata, senza contare quella spedita in barili; che vi arrivano in media ogni giorno cento e settantacinquemila forestieri. Ma quando leggete che un livello di un intero quartiere della città, fu portato per risanarlo, cinque, sei, otto, metri, più alto che non fosse, la nozione ideale non è, e di gran lunga, comparabile a quella che esce dalla misura dei luoghi, dalla vista delle fabbriche. Le quali furono sollevate di peso, e tenute in bilico, fino a che il suolo salisse a ricaricarsele. E scommetto che chi legge si rappresenta qui delle casette a due piani e chissà non di legno. La mente per darsi pace, se la lasciate fare, ricorre al più facile. Bisogna vedere quali moli fossero e di qual peso, e come intrecciate, ed in quante ressero alla prova, o meglio ci furono messe, perchè non ne andò sfasciata, nè guasta neppur una.

Così quando il Reclus registra i 471 chilometri quadrati di terreno attribuiti per legge dello Stato al territorio municipale di Chicago, ed aggiunge che tale immensa distesa non è però ancora interamente fabbricata, al pensiero del lettore si affacciano i famosi piani d'ingrandimento delle nostre città, destinati a giacere anni ed anni lettera morta negli archivi municipali. Ma chi percorra quelle plaghe scoperte, vi trova segnata la misura di ogni singolo edificio, e visibilmente tracciate le vie di là da venire, con stecconati e marciapiedi, e scritto su tavole affisse il nome ed il numero di ogni via, onde la città promessa gli si rappresenta imminente, sì che egli può imaginarne le forme e l'ordinamento e trarre dalla visione di un'opera appena concepita e già simultaneamente in mille punti diversi avviata a compimento, la nozione di una attività senza esempio.

Per finirla, noi impariamo dai libri, che Chicago è ad un tempo, il maggiore emporio che sia al mondo di ricchezze naturali ed uno dei maggiori centri di produzione industriale, ma chi non ne vide in movimento le genti e le cose, non può comprendere come quei due elementi della prosperità sociale, vi si compenetrino di continuo in modo indissolubile. Nelle altre città, vi sono quartieri diversamente improntati dalle diverse funzioni della vita. Qua i depositi di mercanzie ed il loro movimento, là il lavoro industriale, altrove il traffico del denaro, o i minuti spacci, e ristretti in certi quartieri, il lusso, l'eleganza, e quanto riflette le diverse maniere di godimento. Il forestiere che non muovono speciali curiosità, dimora e s'aggira per lo più in questi ultimi rioni privilegiati e cosmopoliti, ai quali soli è applicabile la sentenza: tutto il mondo è paese. E perchè le cose non vanno a lui, egli le ignora, o se le cerca, ne riceve altrettante conoscenze separate, che la ragione potrà in seguito coordinare, ma che male combinano insieme in un concetto complessivo.

Ben altro segue in Chicago, dove tutta la vita e tutti i modi e le ragioni della vita, sono ad ogni momento ed in ogni luogo, e quasi nella stessa misura, presenti ai sensi del visitatore. Non occorre cercare, e non è possibile non vedere. Non vi sono quartieri privilegiati, se non i più eccentrici cui ho accennato di sopra, dati alle dimore riposate ed agli ozii domenicali. Fuori di questi, dovunque andiate, i carri mastodontici, che fanno tremare le case, il fumo che vi accieca, i fetori che vi tolgono il respiro, gli ingombri di mercanzie che vi sbarrano il passo, le montagne di sacchi ammucchiati nei piccoli cortili, il trambusto degli scarichi, la violenza dei facchini, i fischi e lo scampanare di cento convogli interminabili, la furia della gente, vi comandano insieme di avvertire l'azione contemporanea e la complessità formidabile di tutte le forze terrestri ed umane. E mentre concepite così quale posto tenga, nella vita del mondo, questa città nata ieri, sentite sorgere in voi un sentimento che non è di sola stupefazione alla vista di tanto lavoro e di tanta ricchezza, ma anche di rispetto per le loro legittime applicazioni e derivazioni. I quartieri bancari di Parigi, Londra, New-York, ci richiamano in mente la definizione che il Dumas figlio diede degli affari «Les affaires c'est l'argent des autres» dove è inclusa l'idea delle finzioni e delle trappolerie onde nascono le fortune estemporanee.

In Chicago, anche un uomo ignaro affatto, come io sono, della scienza economica, avverte la probità di una ricchezza fondata sulla presenza corporea delle cose utili all'uomo. Si capisce che l'attività umana, vi è tutta intesa ad accrescere il valore reale delle cose e che le ricchezze individuali procedono da veri contributi dati alla prosperità universale.

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A differenza dei tedeschi, dei francesi e degli spagnuoli, i figli nati in America di padre italiano, non di rado ignorano del tutto e spesso storpiano in barbaro modo la lingua paterna. Ai francesi giova l'influenza canadese e la loro imperturbabile sicurezza; ai tedeschi ed agli spagnuoli, l'importanza numerica, l'attività industriale e la compattezza delle loro colonie. I nostri emigranti, non si assodano, per lo più, durevolmente sulla terra americana, ma vi passano come in luogo di pena. Ne consegue che i pochi veramente americanizzati hanno con essi relazioni superficiali ed effimere. Si può dire che nella America del Nord, fatta eccezione di New-York e forse di San Francisco, vi sono bensì molti italiani, ma una vera e propria colonia italiana non c'è. Le ragioni di questo fatto sono molte e complesse: nè io mi lusingo di conoscerle tutte nè di saper ordinare con criteri scientifici quelle che conosco. Accenno alle più evidenti che indussi laggiù dal continuo discorrere con gente esperta.

Prima ragione è la irresistibile attrattiva del nostro paese, che è davvero il più bello del mondo, ed il modesto concetto che abbiamo, in generale, della agiatezza, e quindi i modesti bisogni, ed una inclinazione, anche nella gente meno colta, alla quietudine contemplativa. Il genovese, ha fama di essere il popolo più attivo ed industre d'Italia. Ora chi percorre le campagne liguri si imbatte in mille minuscoli poderetti cui la gente del luogo dà un nome che ricorda l'America. Una casupola ed un chiuso d'olivi quanto basta a camparci due persone parsimoniose, sono il premio finale che spinge oltre i mari e sostiene nelle più dure fatiche, i figli della più forte razza d'Italia. E come l'hanno conseguito, non c'è promessa di maggior ricchezza che ne indugi il ritorno.

L'emigrato tedesco e l'irlandese, come hanno fatto un po' di peculio, lo gettano nelle industrie che li arricchiscono e alla patria non ci pensano più. Ma la terra, il cielo ed il clima d'America non sono da meno da quelli di Germania e d'Irlanda, e d'altra parte l'emigrato tedesco trova negli Stati Uniti più centri importantissimi d'industria interamente germanici e città quasi tedesche, come Milwaukee sul lago Michigan che innonda l'America di birre deliziose, ed altre dove l'elemento tedesco è prevalente, come in Chicago. E l'irlandese trova nella lingua ufficiale degli americani, come una continuità di patria, senza contare i mille aiuti ed i mille conforti che procedono dall'intendere e dal farsi intendere a modo.

E qui è da cercare un'altra ragione della tenue compattezza delle nostre colonie.