«Riandavo col pensiero a quei tempi ov'ebbi l'onore di comandare la squadra di Montevideo, nonchè il bellicoso ed immortale esercito. A che serviva tutto ciò? Non mi volevano. Rintuzzai infine la mortificazione e tornai al lavoro del sego. Fortuna ch'io non avevo palesato la mia risoluzione all'eccellente Meucci, e quindi, concentrato in me stesso, il dispetto fu minore. Devo confessare inoltre non essere il contegno del mio buon principale verso di me, che mi avesse indotto alla intempestiva mia risoluzione; egli mi era prodigo di benevolenza e d'amicizia, come lo era la signora Ester sua moglie.

«La mia condizione, non era dunque deplorabile in casa del Meucci, ed era proprio stato un eccesso di malinconia che m'aveva spinto ad allontanarmi da quella casa. In essa io era liberissimo, potevo lavorare se mi piaceva: e preferivo naturalmente il lavoro utile a qualunque altra occupazione; ma potevo andare a caccia qualche volta, e spesso si andava a caccia collo stesso principale e con vari altri amici di Staten Island e di New-York che spesso ci favorivano colle loro visite. In casa poi non vi era lusso, ma nulla mancava delle principali necessità della vita, tanto per l'alloggio che per il vitto.»

Lo stesso anno che fu principale di così inverosimile operaio, il Meucci proseguendo sempre i suoi studi sulle onde sonore e sulla trasmissione dei suoni lungo le corde, pervenne finalmente ad una vera e propria invenzione. Composti due coni tronchi di carta, chiuso ognuno dalla parte superiore da una membrana elastica, fece correre dall'uno all'altro un filo che metteva capo alle due rispettive membrane. Uno dei coni consegnò ad un amico dimorante nella casa dirimpetto alla sua; tenne l'altro presso di sè così che il filo congiuntore dovesse traversare la via che si trovava essere larghissima. Parlando egli senza punto levare la voce entro uno dei mezzi imbuti, l'amico dall'altra ne raccoglieva chiara ogni parola e gli rispondeva allo stesso modo. Quel primitivo apparecchio ridotto ora ad un balocco per i fanciulli, conteneva in forma rozza ed iniziale, la trovata del telefono e fin d'allora ebbe nome di telefono dal suo inventore.

Conscio delle future applicazioni, già piena la mente delle aggiunte e dei ritocchi, il buon Meucci innanzi di licenziare la scoperta, attese a perfezionarla con metodo scientifico, finchè mediante il sussidio dell'elettromagnetismo ottenne che la trasmissione delle vibrazioni sonore potesse avvenire a grandi distanze.

Io non starò qui a descrivere l'apparecchio ultimo in cui si aquietò lo spirito acuto e diligente del nostro fiorentino. Lo si trova descritto in tutti i prontuari delle invenzioni, dove, ben inteso, del Meucci non si fa nemmeno il nome, tanta oscurità pesa sui fabbricatori di candele. Ci vollero anni e lustri di studio e di affannosi esperimenti innanzi che la piccola macchina uscisse dalle mani creatrici compiuta ed atta ad effetti sicuri e costanti. Intanto la fabbrica languiva e fu dovuta dimettere. Il Meucci lasciò là casetta di Staten Island e si raccolse in New-York, dove cominciò a campare di stenti e di speranze.

Come stimò che l'invenzione fosse matura ne propose l'esame e l'acquisto al Grant, presidente della New-York District Telegraph Company: ma tenuto a bada per due anni con mirifiche promesse, e persuaso dagli amici ad assicurarsi almeno il brevetto d'invenzione, consegnò all'ufficio delle patenti di Washington la minuta descrizione dell'apparecchio, contro ricevuta in piena regola, alla data 23 dicembre 1871: venti anni giusti dopo di aver trovato l'idea primitiva, dopo di averla in forma rudimentale mandata ad effetto. Dal lungo spazio di tempo trascorso senza che altri intervenisse con scoperte affini, appare quanto fosse originale e geniale la prima trovata. E trascorsero altri cinque anni prima che a nessuno venisse in mente di poter trasmettere i suoni a distanza. Il Meucci, forte del suo brevetto, aspettava fiducioso quel colpo di fortuna che sorride di lontano a tutti gli inventori.

Il colpo venne, ma fu una mazzata. Nel 1876 i giornali americani strombazzarono la meravigliosa scoperta del telefono, opera del prof. Graham Bell di New-York e la costituzione di una società industriale intitolata: Bell Telephone Company. Il nostro amico fiuta un latrocinio: corre all'ufficio delle patenti di Washington, produce la ricevuta ed il brevetto, e domanda la restituzione delle carte depositate cinque anni addietro. Cerca, cerca, le carte non si trovano. Meucci ritorna a New-York, raccoglie gli amici, espone il caso, dimostra l'identità colposa delle due scoperte, trova generoso patrocinio nella stampa, mette il mondo a rumore. Inquieta di peggior danno la Bell Telephone Company gli fa offrire, in secreto, una somma di quattrocentomila dollari (due milioni di lire), purchè dimetta la rivendicazione di ogni suo diritto. Era assai più di quanto avrebbe potuto conseguire, data l'età ormai tarda (il Meucci contava allora 72 anni) da un fortunatissimo esperimento industriale dell'opera sua. Era l'avveramento, ad usura, delle sue lunghe speranze di fortuna, ma in pari tempo la rinunzia ai sogni di gloria, che lo avevano sostenuto e rasserenato nella miseria. Un americano, avrebbe accettato, l'impenitente idealista, già educato dal primo mestiere a costruire castelli in aria e ad appagarsene, rifiutò di netto. Egli voleva il suo, tutto il suo, non già in dollari sonanti ma in suono di plauso al nome oscuro ed alla patria lontana. Un amico che lo frequentava in quei tempi, mi raccontò com'egli andasse ripetendo: È scoperta italiana e non c'è oro al mondo che la possa americanizzare. La società doveva chiamarsi Meucci Telephone Company, il nome dell'usurpatore doveva vergognosamente sparire dai manifesti.

Già la verità aveva fatto strada, s'erano scoperte frodi ingegnosissime dell'ufficio patenti, si sapeva per quale via sotterranea (e la parola va intesa alla lettera) gli ufficiali addetti a quell'ufficio trasmettessero a danarosi compari e fra questi alla Bell Telephone Company, i documenti, tradissero i secreti affidati alla custodia dello Stato. Una buona lite avrebbero messo in chiaro ogni cosa e rivendicato il diritto ed assicurata la prosperità del Meucci. Ma negli Stati Uniti d'America, peggio assai che presso noi, le liti le intavola chi vuole, le sostiene chi può. E potere non vuol dire essere armato di buone ragioni, ma di buona e copiosa moneta. I giornali di New-York, tranne alcuni pochi agli stipendi degli arruffoni, tenevano le parti dell'italiano spennato, contro i ricchi ladri connazionali, ma la procedura trascinava in cavilli indugiatori che davano fondo alle poche ultime risorse del Meucci. Al certo il buon vecchio, benchè di fibra tenace, sarebbe morto prima che nemmeno gli albeggiasse di lontano il giorno della giustizia, se non sopravveniva un fortunato incontro di casi a mettere dalla sua un nuovo litigante, ben altrimenti poderoso e destro.

Nel 1885, accampando la famigerata Bell Company infondate o almeno esagerate pretese verso le finanze dello Stato (si trattava di parecchi milioni di dollari) in conseguenza appunto di certe convenzioni per l'esercizio del telefono, il Governo degli Stati Uniti deferì la questione ai tribunali. Faceva comodo al Governo di contestare non soltanto l'entità del debito, ma il debito stesso. Nulla di meglio che aprire finalmente gli occhi sulla frode iniziale, nota ai governanti da più anni, e colpire gli ingordi, ma pure a lungo tollerati, usurpatori. La frode questa volta fu messa in chiaro ne' suoi più minuti procedimenti. Intervennero sentenze diverse, e prove e riprove e controprove, tirate di lungo per lo spazio di tre anni, finchè d'uno in altro grado di giurisdizione, si pervenne, come Dio volle, al supremo, e nel 1888 la Court of the United States, restituiva al nostro concittadino il merito della scoperta, sentenziava dovere il telefono, prender nome dal Meucci, e dimettere quello del Bell, ed assolveva lo Stato da ogni pagamento verso la fraudolenta Compagnia. Così la giustizia entrava di straforo nei pronunciati giudiziarii, tarda e barbina, perchè al vecchio ottantaquattrenne riconosciuto inventore di uno fra i più meravigliosi trovati del secolo, non fu attribuito nessuna sorta di compenso. Gli usurpatori s'erano arricchiti, lo Stato la faceva grassa, il Meucci moriva un anno dopo, nell'ottobre 1889, povero in canna com'era vissuto. Gli si celebrarono solenni funerali a spese del governo italiano; il Console d'Italia ne accompagnò la salma al crematoio, ed una lapide registrò il suo nome sulla casetta della Staten Island.

Domandate intorno chi sia l'inventore del telefono, e di quelli che sanno dare una risposta, novantanove su cento, nomineranno anche oggi, il prof. Graham Bell di New-York.