Durante la scena io andavo pensando che quella gente erano in gran parte lavoratori accaniti, pieni di forza e di coraggio e leggendo loro sul viso le traccie di fatiche e di privazioni eroiche, mi dicevo che in ultimo quel poco spasso era loro ben dovuto come cosa salutare ed esilarante. Ma poi ripensandoci e ricordando certi scatti veramente irosi e occhiate piene di rancore e le mille viperette guizzanti tra i fiori della grossa rettorica, già edotto dai discorsi di persone benevoli e posate, consideravo il danno che recano a questi esiliati i livori quasi domestici, ed il disgregamento nelle maestranze. Lontani dalla casa, mal secondati dalla gente del luogo, mal forniti, mal parlanti la lingua del nuovo paese, esposti alle cupidigie di cento speculatori, ignoranti le leggi locali, la disunione li disarma sempre più e li mette in discredito. Se in luogo di spartirsi nelle minuscole società dei Carabinieri, dello Stato Maggiore, dei Bersaglieri e dei Cavalleggieri, si raccogliessero in una sola Società degli Italiani e la volgessero ad agevolezze di lavoro, a tutela nelle controversie giudiziarie, a collocamento dei risparmi quotidiani, la colonia si assoderebbe, ed acquisterebbe credito e forza.

CAPITOLO IX.
Due italiani in America.

Di due italiani vanno a giusto titolo orgogliosi gli italiani residenti in New-York. Uno morto ora sono dieci anni, l'altro vivo valido ed operoso sul limitare della vecchiezza. Fortunosi entrambi, il primo ebbe immeritatamente contraria, il secondo meritatamente propizia la fortuna. Quegli sostenne con serena dolcezza la sorte nemica e fu buono e soccorrevole nell'avversità; questi sostenne con virile semplicità i prosperi eventi e fu ed è buono e soccorrevole fra gli agi e gli onori. Tutti e due divenuti cittadini americani serbarono in cuore vivissimo e sacro l'amore ed il culto della madre Italia. Di uno l'Italia deve rivendicare il nome alla storia delle invenzioni scientifiche ed industriali; il nome dell'altro è scritto con gloriose note nella storia americana della guerra di secessione ed in quella universale delle maggiori scoperte archeologiche. Il primo si chiamò: Antonio Meucci, il secondo si chiama Luigi Palma di Cesnola[1].

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Antonio Meucci nacque in Firenze l'anno 1804. Emigrò giovanissimo nell'America del Nord, dove si diede ad esercitare l'arte del macchinista teatrale, un'arte che richiede mente ingegnosa e pronta ed industre facoltà inventiva. Tenne in tale qualità parecchi teatri degli Stati Uniti e nel 1849, fu macchinista capo all'Opera house in Santiago di Cuba. Ma insieme alla cura delle macchine sceniche, per nativa inclinazione e quasi a svago dei faticosi lavori, egli attendeva a studi di fisica sperimentale, applicandosi di preferenza ai fenomeni del suono. Sia che l'ardore dello studio lo svogliasse del mestiere, o che questo gli venisse in uggia per la irritazione che induge l'urgenza degli allestimenti serali (i macchinisti teatrali ogni sera smaniano e bestemmiano come turchi) o sia che avesse per ignote cause perduto l'impiego, fatto sta che nel 1851, lo troviamo in New-York esercitare un'industria che non ha nulla a che fare col teatro. Forse, a furia di tirar moccoli, gli era venuta l'ispirazione di fabbricar candele. In Clifton, piccolo villaggio nella Staten Island, mostrano ancora la casetta e la fornace dov'egli viveva tra barili di sugna e matasse di stoppini e dove appunto nell'anno 1851 tenne in qualità di commesso e di manovale Giuseppe Garibaldi, già vantato eroe dei due mondi, profugo e povero dopo le tragiche glorie dell'assedio di Roma. È bello riportare qui dalle memorie di Garibaldi il brano che si riferisce a questo commovente periodo della sua vita.

«Un brav'uomo mio amico, Antonio Meucci fiorentino, si decide a stabilire una fabbrica di candele e mi offre di aiutarlo nel suo stabilimento. Detto fatto. Interessarmi alla speculazione non lo potevo per mancanza di fondi; mi adattai quindi a quel lavoro colla condizione di fare quanto potevo.

«Lavorai per alcuni mesi col Meucci il quale non mi trattò come un suo lavorante qualunque, ma come uno della famiglia e con molta amorevolezza.

«Un giorno però, stanco di far candele e spinto forse da irrequietezza naturale ed abituale, uscii di casa col proposito di mutar mestiere. Mi rammentavo di essere stato marinaio, conoscevo qualche parola d'inglese e mi avviai sul litorale dell'isola ove scorgevo alcuni barchi di cabottaggio occupati a caricare e a scaricare merci. Giunsi al primo e chiesi di essere imbarcato come marinaio. Appena mi dettero retta coloro che scorgevo sul bastimento, e continuarono i loro lavori. Feci lo stesso avvicinando un secondo legno ed ebbi medesima risposta. Infine passo ad un altro ove si stava lavorando a discaricare e dimando se mi si permette di aiutare al lavoro e n'ebbi in risposta che non ne abbisognavano. — Ma non vi chiedo mercede — io insistevo: e nulla. Voglio lavorare per scuotere il freddo (vi era veramente la neve) — meno ancora. Io rimasi mortificato.