— E come fate per il cambio?

— Ci pensa il compare.

E non se ne esce: il compare fa, disfa, prende, tiene in serbo, mette a profitto (per suo conto si intende) e qualche volta scappa.

Allora il poveraccio torna al Console per soccorsi, e come questi gli dice: Avete visto il compare? quello si stringe nelle spalle ed esclama: Chi l'avrebbe creduto! Uno del paese! Ma ora ce n'ho un altro, che è un fiore di galantuomo.

Queste cose laggiù, le raccontano tutti. Tutti ben inteso quelli che non ci vivono sopra ed i Consoli ne sono scorati. Mi fu raccontato di compari che del danaro avuto in deposito, non solamente non danno interesse, ma ritengono ancora una parte, sia pur minima, a titolo di compenso per la cura che ne hanno. Altri si fanno pagare il cambio in carta italiana, quando l'argento e l'oro europeo perdono sulla carta degli Stati Uniti. S'intende che non sono tutti bricconi, nè la maggior parte; i più esercitano con probità l'industria parassita che l'ignoranza del nostro popolo e le nostre condizioni economiche hanno reso necessaria. Ma l'esercizio larghissimo di questa industria non lascia di essere un elemento dissolvente. L'attività applicata ai prodotti della terra, alle trasformazioni meccaniche della materia, al movimento ed allo accrescimento della ricchezza, ha in America un campo d'azione così vasto che tutti ci trovano posto, onde è raro che la prosperità degli uni impedisca o scemi quella degli altri. Invece, il campo di quel minutissimo traffico è ristretto a poche migliaia di lavoratori. Ogni nuovo sensale o banchiere o compare che sia, usurpa a tutti gli altri una particella della loro clientela e dei loro guadagni. Ognuno tira l'acqua al suo mulino, ma quando l'acqua è poca ed i mulini sono troppi, i mugnai fanno baruffa! E quanto allargata ed allargantesi di continuo, così da invelenire anche la gente che non macina di quella farina e non ne campa.

Sono ire senza fine e senza misura, che non si restano ai soli rivali interessati, ma colpiscono l'amico del rivale, il fornitore, il medico, il barbiere del rivale, il ristorante dove il rivale usa a desinare. Così d'uno in altro le inimicizie ingrossano e s'intrecciano, e vanno ad intristire tutte le funzioni della vita. Aggiungete le nostre soavi tradizioni patrie così piene di rancori, d'invidie e di superbi provinciali, aggiungete le poco riguardose abitudini americane, e la sconfinata libertà della stampa, e le non infrequenti macchierelle e talvolta le macchiaccie originarie, che alcuni emigranti, in special modo fra le persone colte, sperano invano di lavare nella traversata oceanica e che sono loro rinfacciate al primo por piede in terra d'America, e potrete farvi un'idea dei mille pettegolezzi litigiosi che disgregano di continuo quelle nostre colonie. Non mancano gli spiriti equi che se ne rammaricano. Ho inteso in Chicago, medici, professori, artisti, negozianti lagnarsi di quei dissidi come di gravissima disgrazia. Perchè degli italiani colti ed illuminati se ne trovano molti in ogni città. Se non che essi alieni dalle beghe, finiscono con appartarsi in circoli ristretti e coi connazionali non hanno altri rapporti che di consiglio nei casi gravi, o di soccorsi spiccioli, o di concorso alle opere di beneficenza od alle manifestazioni officiali della colonia. Si capisce che quando adoperassero altrimenti l'onda dei pettegolezzi li travolgerebbe.

Il mass meetings cui ho assistito in Chicago, mi ha dato la misura del pericolo che li minaccia.

Vi assistevano forse un trecento persone: operai, capi-squadra, esercenti, negozianti, dottori, professori, una rappresentanza eletta e sincera della emigrazione italiana. Intendevano, come ho detto, di dare al Console un attestato di stima e di sgravarlo da immeritate accuse. Fino a che si trattò di mettere in sodo il fatto della bandiera e di attestarne la presenza alle finestre consolari fin dalle prime ore della mattina, furono buone ragioni e dette con serietà misurata. Poi vennero gli elogi al Console sinceri e serii ancor essi: se non che già il tono oratorio s'era fatto più alto. Alla fine passarono per così dire alla parte polemica, a dichiarare cioè le ragioni delle animosità verso il rappresentante del patrio governo, a confutare e a confondere i denigratori. Confondere, a distanza perchè i denigratori non erano presenti e l'assemblea era tutta per il Console, ma di ragione avrebbero risaputo ogni cosa.

Quest'ultima parte del trattenimento fu certo a criterio d'arte la più bella. Quali filippiche e quanta magniloquenza! E quale vocabolario! Le parole: ladro, buffone, falsario, spergiuro, galera, sputo, fango, forca, ricorrevano come gli imperciocchè, gli adunque ed i verbigrazia nei discorsi accademici di una volta. Ma la sostanza vinceva la forma. Essa rivelava una tale comica e fitta rete di vanità, di bizze, di intrigucci, di dispetti, di piccinerie, da fornire materia ad un Goldoni di non più visto capolavoro.

Era discorso di cose che non avrei saputo imaginare mai. Se il Console fosse intervenuto al ballo della società: Lancieri di Firenze? — Sì — No. — Era entrato a braccio del presidente. — Ma non aveva bevuto il Champagne e ne aveva bevuto invece due bicchieri al ricevimento della società: Piemonte Reale. — Non è vero: dei Carabinieri del Volturno. — Chè, scambiate col Console di prima! — E avanti di quel passo, con incidenti gustosi a scatti e motti di un'arguzia lepida e mordente. Ricordo un toscano, sulla sessantina, alto, asciutto e brioso con dignità. Era presidente di una di quelle società dal titolo militaresco della quale non mi torna il nome, come non giurerei che i nomi riferiti dianzi siano proprio i veri — ma somigliano. Parlava con quelle deliziose sgrammaticature del contado toscano, che sembrano accrescere purezza all'accento e proprietà alle parole. Aveva un'eloquenza furba e reticente, si lanciava con foga in un periodo rotondo e poi quasi per subito accorgimento critico lo voltava in ridere con allusioni accennate appena e lasciate in sospeso. Ma quanto non diceva con parole esprimeva cogli occhi e con una certa scossettina del capo tutta malizia. Di quegli accenni a cose taciute io ben inteso non afferravo che l'intenzione generica, ma l'uditorio non ne perdeva una briciola, e se ne deliziava.